In memoria di un Padre

Si svolgono a Roma oggi, in San Pietro, i funerali di un grande Cardinale. Un uomo passato nel silenzio, conosciuto solo da pochi, ma che rappresenta una delle colonne della Chiesa degli ultimi 50 anni.
Autore:
sr Maria Gloria Riva
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Sua Eccellenza il Cardinal Velasio de Paolis con la Comunità

Era il febbraio del 1984 quando vidi per la prima volta padre Velasio de Paolis. Io ero un ragazzina che muoveva i primi passi (incerti) nella sua vocazione di monaca Adoratrice. Non sapevo affatto se ce l’avrei fatta, né dove mi avrebbe portato quel gesto, fatto con slancio e decisione, di varcare la porta della clausura del Monastero di Monza. Mi fu annunciata la visita dell’assistente Federale ed ero in trepida attesa dell’incontro, giacché non mi era ben chiaro cosa fosse un Padre federale e quale ruolo avesse in seno alla mia comunità e all’ordine entro cui muovevo i miei primi passi vocazionali.
La grata molto spessa impediva un poco la visione del padre, ma fu simpatia a prima vista. Mi sorpresero quegli occhi che si muovevano vispi dentro una figura garbata e molto signorile, mi colpirono la profondità di giudizio e la serietà delle sue parole in merito alle necessità della Chiesa, per la quale mi esortava a dare tutto fin da subito senza ripensamenti. Alle mie battute (certamente infelici vista la mia immaturità) rideva allegramente. Penso fosse molto divertito dal fatto che mi comportassi con lui in modo assolutamente spontaneo, senza tener conto della sua qualifica e dell’incarico che aveva presso il mio istituto.
Ricordo che mi esortò subito allo studio. Mi chiese se amavo studiare e, avvertita la mia passione per l’ebraico e la Sacra Scrittura, si mostrò subito molto contento e disponibile a fornirmi libri e aiuti. Fu l’inizio di un rapporto che è durato fino ad oggi: 33 anni.
I ricordi sono molti e si accavallano uno sopra l’altro volendo tutti primeggiare per una ragione o per l’altra. Quello che mi colpì di lui fu sempre la sua umiltà. Era capace di grandi cose: fu molto abile nel portare a termine compiti gravosi (come quando dovette presiedere alla Congregazione dei Legionari di Cristo a causa delle gravi accuse mosse al fondatore), con grande scioltezza e dando sempre l’impressione di non aver fatto niente, affermando che tutto aveva fatto il Signore.
Quando conobbe mia madre fu divertentissimo! Entrambi del 1935, presero a familiarizzare scherzando sul fatto che (come capita spesso ai coetanei) ritenevano la loro una classe di ferro. Ogni qual volta mi capitò di incontrarlo non mancava mai di informarsi sullo stato di salute di mia madre e dei mei familiari. Ricordava le persone che aveva conosciuto, con un interesse sincero e premuroso sorprendente, in un uomo che aveva incarichi gravosi e che lo obbligavano ad allargare lo sguardo al mondo intero.
Il dono più grande che mi fece con i suoi insegnamenti, sempre molto profondi e puntuali nel giudizio, fu la grande chiarezza con cui espose il rapporto fra legge e alleanza, un tema spinoso per una generazione come la mia passata dentro il ’68, ma affascinata dalla vita monastica fatta, appunto, di regole e gerarchie. Egli ci disse che: «nessuno, come chi ha a che fare quotidianamente con le leggi, comprende come esse prendano valore solo dentro un rapporto di alleanza e di fiducia amorosa». Mi manifestò cosi il volto di una Chiesa Madre, oltre che Maestra, di una Chiesa capace di accompagnare I suoi figli dentro le vie tortuose della burocrazia confidando nella Presenza divina.
Nel momento difficile del mio passaggio dal Monastero di Monza alla nuova Fondazione nel Montefeltro, una passaggio a tratti molto doloroso pieno di equivoci e di travisamenti, mi aiutò a vedere sempre la provvidenza di Dio nelle circostanze. Il suo giudizio positivo sulla mia vita religiosa fino a quel momento, mi fu grandemente di aiuto. Ho conservato a lungo una lettera che mi scrisse mentre ero novizia. Gli avevo infatti espresso alcune difficoltà che mi portavano a pensare di non essere al posto giusto e nella vocazione giusta, le sue parole furono così profetiche che in quel momento non le capii appieno. Mi preconizzò che avrei lavorato molto per la Chiesa e che di quel lavoro ce ne era gran bisogno.
Quando divenne Sua Eccellenza Mons. Velasio e successivamente Sua Eminenza, si faticava a chiamarlo con l’onore che gli spettava. Per noi fu sempre, e ancora rimane, quel ‘’padre Velasio” affabile, ma capace di giudizio critico, che ha accompagnato me e le mie sorelle.
Il Card. Velasio de Paolis è una di quelle colonne portanti che nella Chiesa si ergono senza rumore. Reggono alle intemperie, sono punti di appoggio a molte arcate dell’edificio del Signore e solo quando vengono meno ci si rende conto di quanto fosse importante e cara la loro presenza. Si parla spesso della Chiesa per i suoi membri malati, fragili, incapaci di essere all’altezza dei loro compiti: sono gli alberi che cadono facendo rumore. Poco però si parla di questi alberi silenziosi che rendono l’aria respirabile e che, con la loro presenza, permettono a molti di radicarsi nella fede del Signore e a dare frutto nonostante i tempi cattivi. Padre Velasio per la mia anima fu uno di questi, fu tale anche per l’anima di molte mie sorelle e, certo, la maniera più grande per onorarlo nella memoria è quello di imitarlo nella fede e nella fedeltà a Dio e alla sua Chiesa.