Il leone, simbolo di coraggio fra fortezza, generosità e preghiera.

Nel ciclo di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, la Fortezza è raffigurata con il leone, simbolo ambivalente tra male e Cristo, che esprime la vera forza interiore. Questo tema, dalla contrapposizione con l’Incostanza fino ad opere successive, richiama una forza che si radica nella fede e sostiene il cammino umano.

Giotto nella Cappella degli Scrovegni, sotto i tre registri che raccontano le storie di Maria e di Gesù, realizzò una teoria di Vizi e di Virtù, gli uni da combattere, le altre da acquisire per giungere ad imitare il Cristo e la sua Vergine Madre. Interessante è spesso l’accoppiamento che l’artista, guidato da un dotto agostiniano, Fra Alberto da Padova, ha usato per fronteggiare una virtù ad ogni vizio.
Quella che siamo guardando è la virtù della fortezza, significata come una guerriera, dalla struttura massiccia e ben custodita dallo scudo. La donna oltre alla corazza è cinta da una pelle di leone, la cui testa le copre il capo; anche sullo scudo campeggia un leone. Il leone ha una duplice valenza positiva e negativa. Da un lato è il leone ruggente che va in giro cercando chi divorare (e in effetti si vede conficcata nello scudo la punta di una lancia, segno del tentativo di ferire la fortezza); dall’altro però il Leone è un simbolo cristologico: è il Leone della tribù di Giuda, inoltre secondo il proslogion, un testo medievale che presenta i significati reconditi degli animali, la leonessa partorisce figli morti e il Leone con il suo fiato li resuscita. Anche in tal senso la belva ha assunto il senso positivo del Cristo che con la risurrezione da vita ai credenti in lui. La fortezza pertanto è rivestita della forza che le viene da Cristo e combatte gli attacchi del maligno. Il tema dello scudo è associato alla parola ebraica Ghevurà (gheburà) che indica propriamente la fortezza nel senso spirituale, quella che viene dall’animo, data all’uomo virtuoso.
Sorprende il vizio opposto scelto da Giotto, non la pusillanimità o la debolezza o l’accidia, bensì l’incostanza. Interessante la postura ritta e sicura della fortezza contrapposta la terreno obliquo e alla perdita di equilibrio e agli abiti vaporosi della Incostanza. A dire che chi non affronta la vita attingendo forza dall’anima finisce per abbandonarsi a un corpo che, fallace, non può sostenere e nella sua volubilità trascina verso il basso.
Nel Palacio Nacional del Ajuda a Lisbona, residenza regale trasformata in Museo, 47 statue adornano il patio e l’esterno, raccontando con diverse simbologie le virtù. La virtù della fortezza si fonde qui con quella della generosità. La donna in tal caso è regale, più che guerriera, ai suoi piedi ci fissa guardingo un leone che, in questo caso, esprime la nobiltà dell’essere. Se una mano è scomparsa per l’erosione del tempo, la mano destra regge un piccolo tesoro, dal quale spicca evidente una croce. La generosità è forte e munifica e attinge, anch’essa come la fortezza, a un a ricchezza che è tutta interiore. L’immagine rimanda alla figura di Giuditta, generosa nell’esporsi, nobile d’animo e forte nella difesa dei suoi.
Il segno del Leone cambia sensibilmente significato negli autori del Novecento. Renè Magritte realizza quest’opera dopo la sua fuga dal Belgio, nel 1940, a causa dell’invasione delle truppe tedesche. Il titolo: il male del proprio Paese (oppure Nostalgia del proprio Paese) tradisce il significato dello strano accoppiamento. Nella prima metà del Novecento era diffusa la certezza che ogni Nazione avesse un angelo a difesa; così l’artista si ritrae come un angelo vestito a lutto che, affacciato ad un ponte sulla Senna, a Parigi, guarda la sua patria da lontano. L'atmosfera di pericolo è resa evidente dal leone, il quale, benché accovacciato, guarda lo spettatore con aria infida. Anche Magritte, che pure non nascondeva il suo agnosticismo, immerso in rumori di guerra trova forza non nelle armi, ma nella tacita preghiera che quest’opera immersa nella luce dorata del sole vuole significare.