Il Monte di Nod e il Monte della Verità
Che cosa ci fa passare dalla terra di Nod alla terra della verità? Da una bruttezza che rende ciechi a una bellezza che apre gli occhi alla verità?
Di fronte alla pagina del Vangelo del Cieco nato, narrata da Giovanni, voglio considerare i gesti e l’ambiente in cui si volge la scena. Questo cieco guarito pone un problema. È un problema per i genitori, i quali interrogati non vogliono entrare nella faccenda della guarigione del figlio, non vogliono avere nulla a che fare con Gesù. («chi l’ha guarito?» gli chiedono «Ha l’età, chiedetelo a lui» rispondono). È un problema per i farisei i quali misconoscono il miracolo in nome del sabato. In nome di una religiosità non riconoscono la guarigione di un uomo. Oppongono il rito alla realtà.
Vorrei racchiudere questa parte negativa del racconto entro un’icona biblica, mediata proprio dal gesto che opera Gesù: quello di prendere del fango e con la saliva spalmarlo sugli occhi del cieco. L’icona si trova nelle prime pagine della Bibbia, in quell’uomo fatto di fango che è Adamo i cui figli vivono, proprio di fronte a un altare un momento drammatico: Abele viene ucciso da Caino.
Nel testo biblico troviamo questa espressione: Caino (dopo l’assassinio di Abele) si allontanò dal Signore e abitò nella regione di Nod, a oriente di Eden. Nell’originale ebraico, è un monte sul quale vanno Adamo ed Eva dall’Eden. NOD significa letteralmente «vagare, errare» nel doppio senso di camminare agitato e di sbaglio reiterato. Nod esprime l’abbandono di Dio, il deserto e l’immoralità.
Caino fu accecato dalla gelosia, dal desiderio di primeggiare e visse nell’irrequietezza. Il monte di Nod, dunque rappresenta anche per noi, il monte dell’angoscia, del vagabondare, del bipolarismo dell’anima.
Una delle più belle opere su Caino che ben rappresenta la terra di Nod ce l’ha regalata William Blake (1757-1827) un autore inglese del XVIII secolo . In una sua tempera e oro su legno (1826) narra di Adamo ed Eva che trovano il corpo di Abele; in primo piano Caino fugge con la testa stretta fra le mani, mentre un fuoco che il Cielo sprigiona lo spinge verso una corsa senza meta, verso una fuga da errante, appunto. È l’immagine del rimorso, di chi non si perdona, dunque non chiede perdono e, di conseguenza, non sa perdonare. In fondo questo e anche il sentimento che avvolse Giuda dopo il tradimento: non si perdonò, non chiese perdono e quindi condannò se stesso alla morte.
Anche noi siamo talora così come ciechi, siamo accecati da ferite che non riescono a rimarginare, ferite che ci portano a diventare ciechi e a non vedere la realtà. A volte questa cecità ci accompagna fin da bambini, a volte è provocata dai mass media, altre volte dalle circostanze della vita. Ma il risultato che noi come Caino siamo nella terra di Nod.
Al monte di Nod si oppone il Monte di Sion, il monte del perdono, della vittoria sul male e sulla morte
Che cosa ci fa passare, allora, dalla terra di Nod alla terra della verità?
Il termine verità, in ebraico Emet = Verità, significa avere stabilità, essere saldi in ciò che si crede, esprime cioè il contrario del termine NOD. Una radice vicina a quella di emet, verità, è quella di una parola che diciamo spesso nelle nostre liturgie o nella preghiera personale: Amen. Le prime due lettere sono identiche: la alef e la mem e ci riportano simbolicamente all’immagine dell’utero in cui entra la vita. Pertanto quando diciamo «Amen», diciamo che siamo così certi di ciò che affermiamo, quanto siamo certi di essere stati impiantati in un utero ed esser venuti alla vita, grazie all'acqua. Tutti i segni che ritroviamo nel cieco nato dalla nascita. Egli viene rigenerato da un gesto di Gesù attraverso l'acqua. La verità non è quindi qualcosa di astratto, per un ebreo. La verità è qualcosa che ci contiene.
Che cosa, dunque, ci fa passare da una bruttezza che rende ciechi a una bellezza che apre gli occhi alla verità? Gesù lo esprime in modo semplice: ha compiuto dei gesti. Dobbiamo chiederci anzitutto: come mai Gesù non ha guarito il cieco con la sola parola? I padri della Chiesa hanno sempre riletto nei gesti operati da Cristo una dimensione battesimale. Il fango: polvere sei e polvere ritornerai: noi siamo polvere, siamo fango come Adamo, come Caino. La saliva: il soffio divino che fa dell’uomo un’anima vivente e infine la piscina di Siloe, il Battesimo che ci rigenera. I primi cristiani erano, infatti, chiamati «gli illuminati», quelli che, grazie al battesimo, tornano a vedere. Allora, capiamo che Gesù compie tali gesti non perché non sarebbe stato in grado di guarire questo cieco con la sola parola (Egli infatti è la Parola che salva) ma perché noi abbiamo bisogno di segni, noi abbiamo bisogno dei sacramenti.
La sorgente della vita sacramentale è la Veglia di Pasqua, madre di tutte le Veglie. La risurrezione esprime compiutamente quell’Amen che pronunciamo ogni giorno nella preghiera. Come afferma l’apostolo Paolo: Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede (1 Cor 15,14). Nella risurrezione la morte è vinta, il peccato neutralizzato e il perdono divino è reso evidente nella vittoria del Cristo.
Un’icona pasquale che ci aiuta a riconoscere in noi il passaggio dal Monte di Nod al monte della Verità è quella dei discepoli di Emmaus. Quanto ci assomigliano questi discepoli!
I due di Emmaus erano stanchi, sfiduciati, scappavano dal cenacolo, erano delusi: erano accadute grandi cose, ma ormai tutto si era spento. Non un’istantanea del nostro tempo? La Chiesa è stata protagonista nella storia di grandi cose, noi, però, oggi fuggiamo dai cenacoli, fuggiamo dalle nostre liturgie, fuggiamo dalla vocazione. Siamo delusi, siamo atterriti dal male. Sembra che la Chiesa sia solo fatta da scandali e da abbandoni. Come vuole l’antico proverbio: basta un albero che cade e dimentichiamo la foresta che cresce; la verità, continua a camminare al nostro fianco e non la riconosciamo, come accadde a Cleopa e all’amico: Gesù era con loro e non seppero riconoscerlo. Gesù stava davanti anche al Cieco nato e questi non fu in grado di riconoscerlo.
Arcabas, artista francese recentemente scomparso (1926-2018) ha dipinto, in una lunga sequenza di tele, la vicenda dei discepoli di Emmaus. La prima e l’ultima tela sono straordinarie. Se nella prima i due camminano sfiduciati su una strada simile a un lungo e insidioso serpente che attenta alla loro stabilità (la terra di Nod, appunto), nell’ultima, dopo l’incontro con Cristo e lo stare a mensa con lui, i due sono scomparsi e si vede solo una porta spalancata davanti a un orizzonte infinito. La tavola è ancora imbandita ma, nella gioiosa foga dell’incontro con Cristo, i due discepoli hanno lasciato tutto, hanno rovesciato le sedie dove prima sedevano delusi e si sono precipitati fuori nella corsa del ritorno a casa; nel ritorno alla Chiesa di Dio. Infatti la loro corsa non è verso una terra di missione, ma verso la loro origine. Essi sono tornati alla verità, a quel grembo che li aveva generati. La porta aperta lascia vedere un meraviglioso cielo stellato: è il cielo della Pasqua che compie le promesse fatte ad Abramo: i figli di Dio saranno numerosi come le stelle del Cielo: esse non fanno rumore, ma riempiono di luci le notti dell’uomo.
Così noi, non lasciamoci offuscare dalle tormentate notizie della storia spesso narrate senza criterio e con lo scopo di destabilizzare le coscienze e confinare l’uomo nella solitudine delle sue brutture, ma guardiamo alla Verità di Dio, a quella Parola di Bellezza che continua ad originare Santi i quali brillando come scintille nella stoppia, aiutano anche l’uomo contemporaneo a correre l’avventura della vita (Sap 3,7). Per questo la seconda grande grazia che ci dà Gesù è lo spezzare del pane, l'Eucaristia. Ogni giorno a Messa, Pasqua della settimana, abbiamo la possibilità di bagnarci alla piscina di Siloe e di tornare a vedere.



