La vita: tra destino e vittoria
La vita è un dono inviolabile fin dal suo concepimento e custodisce in sé un destino eterno. Attraverso l’arte e la fede contempliamo il mistero dell’uomo, chiamato a lottare per la vita vera che conduce a Dio. Uno sguardo di speranza che illumina il valore profondo dell’esistenza.
Oggi niente è più minacciato della vita, non solo come valore ma soprattutto come principio, un principio fondante l’essere umano al di là della sua cultura o della sua fede. Mi piace, pertanto iniziare con questa frase di carlo Casini che ci riporta alla comprensione di come l’uomo sia un mistero inviolabile indipendentemente da chi l’abbia generato
LA VITA E IL DESTINO
«Il concepito è un bambino e un povero perché non si identifica con la madre. Fin dall’inizio egli è un essere autonomo lo dimostra la stessa fecondazione in vitro. L’embrione si sviluppa anche fuori del corpo di una donna». Carlo Casini magistrato e politico
Mancavano forse mezzi a Dio per far nascere suo Figlio in modo alternativo? La fantasia divina avrebbe potuto ricorrere a mezzi che avrebbero poi rappresentato l’incipit per lo sviluppo della vita al di fuori dell’uomo e della donna. Non fu così! Non horruisti uterum, cantiamo nel Te Deum. Più precisamente: Non horruisti Virginis uterum. Nel 1505, non esisteva l’ecografia, eppure gli occhi della fede avevano già esplorato il mistero della vita. Certo: quello è il secolo in cui uomini coraggiosi e assetati di conoscenza contrattano i cadaveri con i becchini, al fine di esplorare il mistero del corpo umano. Tra questi ci sono Leonardo e Michelangelo, ma non sono i soli. Tra costoro, forse, anche i fratelli Strueb (non è chiaro se Jacob o Hans), artisti tedeschi, vicini alla tradizione agostiniana, che realizzarono una delle più straordinarie Visitazioni della storia dell’arte.
Due donne s’incontrano, immerse nell’atmosfera dorata dei fondi medioevali. Dietro alla Vergine si scorge una montagna. È la montagna di Giuda, dove vive la cugina Elisabetta, ma è anche simbolo di quel Dio d’Israele che, apparso sul monte Sinai a Mosè, ora si sta rivelando al mondo intero in un volto umano. Dietro a Elisabetta, invece, c’è una casa. Lei è la donna del Patto, la donna della Casa d’Israele, da lei uscirà quell’Elia che i profeti avevano promesso, appunto, alla casa di Giacobbe: Giovanni Battista.
Ed ecco le due donne, tese in un abbraccio sigillato nel tempo che giunge fino a noi. Gli Strueb non potevano certo immaginare quale significato avrebbe assunto, nel XXI secolo, quella danza di neonati in grembo alle due madri. Per loro la vita era tale fin dal concepimento e l’uomo era persona fin dalla primissima origine. Perciò disegnano dentro i due grembi materni non solo i futuri nascituri, ma anche il loro destino. Cristo sta in piedi, circonfuso di gloria, quella gloria che aveva prima che il mondo fosse e che il Padre gli restituirà intatta dopo i giorni del dolore che lo attenderanno; l’altro invece è già in ginocchio, è già nell’adorazione di una Presenza. Il futuro Giovanni è solo un feto (e oggi a stento sarebbe riconosciuto persona), ma già compie la sua missione di Precursore, deputato a riconoscere il Verbo della vita. Eppure i nostri secoli (davvero oscuri a dispetto di certo giudizio sul Medioevo) mettono facilmente in dubbio la dignità della vita. Per fortuna, più delle moderne ecografie, ci soccorrono queste ecografie dell’arte che confermano le verità di sempre: siamo vivi fin da principio e nel nostro DNA è misteriosamente inscritto il nostro destino eterno.
LA VITA: LA FINE O IL FINE
«La lotta contro la fine: Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare». Ernest Hemingway, Per chi suona la campana
Anche il destino eterno è messo in dubbio da molti. La celebre opera di Heminguay «Per chi suona la campana?» registra puntualmente il segnale che annuncia una agonia, il fine vita di una persona. La risposta alla domanda è nota: «Quella campana suona anche per te». Presto o tardi verrà per tutti la fine di questa nostra vita. Tuttavia persino il pessimismo hemingwayano è folgorato da una certezza: occorre lottare contro l’idea di una fine: Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare.
Di questa lotta per la vita ci parla Antonio Zanchi (1631 -1722) in una sua preziosa opera dal titolo Allegoria delle anime del Purgatorio.
Nell’oscurità di un cielo dolorante per la morte del Salvatore, la croce è un taglio di luce dal quale si può contemplare il Cielo. Qui si apre una prospettiva dorata gremita di angeli, già promessa di vittoria sicura.
Sotto anime purganti si dibattono per l’ultimo atto della lotta per la vita eterna. Il bel posto per il quale lottare sembra qui soccombere dentro l’oscurità dell’ora della croce, identificata con l’ora della morte di ciascuno. Eppure tra il registro inferiore, fiammeggiante, e quello superiore, luminoso, il registro intermedio offre l’immagine della Vergine Maria, riflesso della Vergine Chiesa, che, fissando lo sguardo sul Figlio, ostende il calice con l’Ostia. Ella conferma così i fedeli nella lotta: «Sì, conviene lottare sempre per sostenere la vita! Essa non ha una fine, ma tende ad un fine» Nulla, infatti, potrà mancare a quanti, nella loro esistenza, hanno amato e desiderato questo Santo Sacramento, pane di vita e farmaco di Immortalità.


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