Uno sguardo che salva

Lui mi guarda e io lo guardo. È un’espressione del santo curato d’Ars, una frase che dipinge il rapporto tra l’amante e l’Amato in modo –a prima vista- sentimentale. In realtà l’espressione rimanda a un atteggiamento pieno di dinamismo perché il guardare diventa un luogo creativo dove è possibile essere generati a vita nuova.
Autore:
Giacobbe, sr. Maria Teodora
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Lui mi guarda e io lo guardo. È un’espressione del santo curato d’Ars, una frase che dipinge il rapporto tra l’amante e l’Amato in modo –a prima vista- sentimentale. In realtà l’espressione rimanda a un atteggiamento pieno di dinamismo perché il guardare diventa un luogo creativo dove è possibile essere generati a vita nuova. Il Genesi racconta che Dio stesso durante la creazione vede e vedendo giudica: e vide che era cosa buona. Nel vedere c’è un comprendere e il comprendere genera amore. Lo sguardo, quindi, è tutt’altro che azione passiva. L’adorazione – per la quale gli occhi sono l’organo fondamentale – è missione. Così Madre Maddalena nel film Il cantico di Maddalena sintetizza la novità del suo Carisma. Le nostre Costituzioni indicano come principale missione dell’adoratrice quella di aiutare i fedeli laici ad incontrare la presenza di Cristo nel mistero eucaristico e di educare il loro sguardo alla contemplazione della bellezza che salva.

Basterebbe dare uno sguardo alla storia della Chiesa, all’importanza che essa ha dato all’atto di guardare il Santissimo corpo di Gesù e all’impulso che ebbe l’adorazione grazie alla diffusione del culto eucaristico nel XII secolo. Fu, ad esempio il Concilio Lateranense IV (1215), a spingere verso una maggiore devozione eucaristica: nella liturgia si diffuse la prassi di elevare l’ostia e il calice durante la Messa per il desiderio dei fedeli di vedere e di adorare le specie consacrate.
Nel popolo fu di tal portata l’importanza dell’adorazione al Santissimo Sacramento da realizzare una sorta di parità tra la manducatio per gustum (comunione) e la manducatio per visum (visione dell’Ostia). Santa Gertrude addirittura riteneva che il guardare l'Eucaristia ottenesse a chi non potesse comunicarsi gli stessi benefici della comunione. Questo dovrebbe essere molto consolante oggi per quanti non possano accedere al Sacramento della comunione.
La beata Giuliana di Liegi (m. 1258), colei che fu l'ispiratrice dell'istituzione della festa del Corpus Domini, trovandosi in punto di morte e non potendosi comunicare chiese di poter guardare l'ostia consacrata e dopo una profonda contemplazione entrò nel regno della visione beatifica. Già sant'Agostino aveva detto: «Nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando – Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo».

Certo, onde evitare ogni tipo di superstizione si è sentita l'esigenza di rimarcare come lo sguardo privo di un moto del cuore sarebbe solo un atto esteriore. Gersone, monaco di Reims, (il cui vero nome è Giovanni Chartier, morto nel 1428) raccomandava di non fermarsi alla sola visione dell'ostia ma di innalzare l'anima alle realtà invisibili.
La contemplazione dell'Eucaristia dee avere un riverbero nella vita di ogni giorno. Se l'adorazione non ci trasforma rimane un rito e non è un incontro che cambia la vita.
Perciò Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione affermava che le sue monache sono adoratrici perpetue non perché perpetuamente presenti davanti alle Santissimo Sacramento, ma perché capaci dello stupore di una Presenza nel quotidiano. Il cuore che in ogni atto del quotidiano rimane sempre aperto al mistero e si lascia da esso trasformare, è un cuore adorante. Noi siamo chiamati, dice la madre, ad una vita eucaristica per essere anche noi sacramento. La nostra vita con semplicità e naturalezza deve essere veicolo della Presenza. Chi ci viene incontro deve trovare Gesù, sentirsi accolto e amato da Lui. Perché coloro che ti cercano ti possano trovare come si recita nella IV Preghiera eucaristica della Messa.

Pertanto è chiaro nell’esperienza della Beata Maria Maddalena che la preghiera dello sguardo non sia solo un atto esteriore, ma una tensione del cuore. L’adorazione, infatti, è un movimento che dall’esterno porta all’interno, porta nel proprio cuore sede dei pensieri, sede degli affetti e dell’identità. Non stupisce allora che lo sguardo rivolto al Signore in un atteggiamento di profonda umiltà e apertura crei, costruisca e ti restituisca alla vera natura di te.
Il cuore viene provocato, e il confronto con Colui che ti è innanzi genera una domanda, quella che Madre Maddalena ha espresso così nelle sue aspirazioni: o mio Gesù quando vedrò cambiato il mio cuore, o infinità bontà, e vi avrò continuamente dinnanzi agli occhi al fine di imitarvi in tutte le cose?
Il guardare mette in moto, spinge ad andare dietro a colui che si guarda per imitarlo.
Il guardare è la radice della sequela: Venite e vedete.
Il guardare è anche il luogo della guarigione: «chi guardava il serpente di rame restava in vita» ( Nm21,9); il guardare è l’alimento della fede: «vide e credette» (Gv20,8); il guardare è fonte di luce: «guardate a lui e sarete raggianti» (sal 34,6); il guardare è la strada per salvarsi: «volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv19,37).

L’invito all’adorazione eucaristica non è, dunque, superfluo o antimodernista. Anzi, considerata la grande necessità di re-imparare a guardare perché la vita non sia sottratta al suo vero significato, diventa urgente fermarsi. Fermarsi per dirigere lo sguardo verso quel punto di luce che solo può insegnare la vita facendoci rientrare in noi stessi e, nello stesso tempo, facendoci aderire alla realtà che ci circonda.
Il mondo in cui siamo immersi ci frantuma, ma il frammento che è in noi e che è fuori di noi ha bisogno di quel punto di luce,: l’Eucaristia lume per la storia.



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