Vizi e virtù a cena con Cristo

Un singolare affresco ci propone l'ultima cena. In mezzo ad echi d'arte che inseguono lo sconcerto e lo scandalo, un grande artista, Giorgio Micheli, vissuto sereno e sazio di giorni fino a 106 anni, ci ha lasciato in eredità un affresco prezioso che invita l'uomo contemporaneo a contemplare e riflettere.

Vizi e virtù a cena, con Cristo

Li vediamo di spalle gli apostoli seduti a mensa con il Salvatore, gli altri, posti di fronte, sono inondati dalla luce della tovaglia, già segno dell’esito ultimo di quella Pasqua: la risurrezione. E se i convitati a questa mensa celeste sono seduti sulle nubi del cielo, la tavola taglia l’orizzonte. Da questa linea-confine siamo tutti abbracciati, tutti rappresentati, siamo com-presi.
Cristo è l’unico ad essere ritto di fronte al suo destino, noi, come gli apostoli, siamo goffi, barcollanti e reagiamo nei più diversi modi.

L’artista è Giorgio Michetti, scomparso nel 2019 alla ragguardevole età di 106 anni, la serenità della sua pittura, anche quando denuncia criticamente l’uomo, ben rappresenta la luminosità dell’animo di quest’uomo che gli ha permesso una così lunga vita. A cinque anni dalla sua scomparsa, le sue opere parlano ancora, anzi più che mai, al nostro tempo.

Cristo
Il Cristo, dicevamo, è ritto e immolato come l’Agnello delle visioni apocalittiche. Egli solleva il pane del suo sacrificio e regge nell’altra mano il calice della sua passione: il sangue prossimo ad essere versato. È seduto a mensa, ma linee vorticose fanno già presentire la sua volontà di alzarsi e compiere il disegno del Padre. Sono linee di movimento, dettate dallo sguardo futurista che vede il già nel non ancora, ma sono anche le corde che tra poco lo vedranno legato: agnello senza macchia cui non sarà spezzato alcun osso, obbediente al Padre fino alla fine. Circonfuso di luce, la stessa luce che si leva dalla tavola, è tuttavia assimilato nei colori alla nostra umanità. Se per dipingere la scena Michetti intinge il suo pennello nei toni ocra, verdi azzurri della nostra umanità, accanto a Gesù spiccano chiari i colori della sua identità umano -divina; il mantello rosso e la veste bianca.
Un universo di significati sprigiona da questo dettaglio; canta Isaia nel primo versetto del carme 63: «Chi è costui che viene da Edom, da Bozra con le vesti tinte di rosso? Costui, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza?». Sì, chi è costui che mette così bene in luce i nostri sentimenti, che scruta l’animo umano fino alle midolla? È il diletto bianco e vermiglio atteso dalla Sposa umanità e riconoscibile fra mille e mille (cfr Ct 5,10); è colui che ha preso su di sé il rossore dei nostri peccati e li ha lavati rendendoli degni della risurrezione (cfr Is 1,18). Se il manto rosso del sacrificio è, infatti, alle spalle del Cristo, in primo piano c’è il panno bianco, ulteriore rimando a quel telo sindonico che sarà l’unico vero testimone della ritrovata gloria del Risorto.

Gli apostoli e noi

E noi ci accodiamo, pronti solo a ricevere, dietro un così grande Redentore che solo la colpa ci ha meritato. Gli apostoli infatti sono rappresentativi di tutti noi, dei vizi e delle virtù dell’umanità quando è messa alle strette dalla storia e dalle sue stesse scelte sbagliate.
Come ci somigliano allora questi uomini assiepati, loro malgrado, alla mensa più celestiale e misteriosa della storia! Come siamo anche noi sorpresi e interpellati dai travagli del nostro tempo, dalle violenze e dalle guerre, dagli scandali di un mondo senza Dio e quanto aneliamo al Vero, al Bene, al Bello. Quanto spesso i nostri stessi atti sono segnati dalla falsità, dall’egoismo e dalla bruttezza!

Dedizione entusiasmo e credo
Così ogni commensale rappresenta un modo di reagire di fronte a quella Parola Eterna (Cristo stesso) che il Padre ci ha donato. Il primo con la mano levata verso il pane che regge il Salvatore esprime la dedizione a quel sacrificio. Mi piace riconoscere in esso Pietro per quella capacità di rialzarsi nonostante il proprio limite e il proprio tradimento. Alla sinistra del Cristo è l’entusiasmo di chi forma un tutt’uno con il Corpo di Gesù di chi si scosta da lui non per tradirlo ma per contemplare meglio il suo bagliore. È Giovanni che con l’ardore della sua giovinezza ha sfidato le guardie e la paura rimanendo con la Madre sotto la croce fino alla fine. Poi alla destra di Pietro semi nascosto, il credente, forse Andrea, che a mani giunte è tutto attratto dal suo Signore.

Convinzione, devozione, fede
A seguire una carrellata di virtù, la teoria dei primi cinque apostoli che ci stanno di fronte: raccontano la fede di fronte a Dio in un decrescere drammatico che precipita con Giuda nel tradimento. Dopo la dedizione e il credo ecco la convinzione, la devozione, la speranza, la fede e la curiosità. La Convinzione, come l’apostolo che esprime l’entusiasmo, siede dentro la tavola, la sua gamba avvolta di luce e la sua mano che solleva il pane raccontano la disponibilità convinta di seguire il Maestro fino alla fine, quella disponibilità che fu d Giacomo, il Maggiore, primo martire tra i dodici. Poi la devozione, nascosta come è nascosto l’apostolo che la incarna, ma capace di superare le sfide imposte dall’ondata di secolarizzazione che ha invaso il mondo. A mani giunte e gli occhi rivolti al Cielo è la fede, che solo aspetta da Dio la salvezza, qui è l’apostolo conscio del suo limite ma che crede in lui, contro ogni defezione. Mi ricorda l’evangelista Matteo che sulla fede e i suoi effetti ha fondato molti aneddoti del suo Vangelo.

Speranza e curiosità
Tra il discepolo in primo piano e il secondo apostolo che ci volta le spalle c’è uno spazio di luce. È lo spazio per noi, lo spazio che azzera tempo e distanze e invita a un confronto. Quel discepolo infatti che leva in alto il pane e si volge al compagno raffigura la speranza, che è stabile per sempre e non vacilla, anzi guarda il compagno barcollante offrendogli nel Pane Eucaristico il punto certo cui aggrapparsi.
È instabile, invece, il curioso, colui che si accosta al Mistero con il solo intelletto come Tommaso. Egli vacilla sotto il peso del pensiero contemporaneo così disincantato e scettico di fronte all’inspiegabile. Di fronte a lui, con una parte del corpo avvolta nell’ombra, è l’apostolo dell’incertezza, tiene in mano un boccone e lo porge al traditore. Giuda è in ombra, raggomitolato su sé stesso, con una luce sinistra che si leva dal suo capo. Quando Giuda uscì dal cenacolo, commenta l’evangelista Giovanni, era notte, notte nel suo spirito, notte sul mondo, teatro del più drammatico tradimento della storia. Gli ultimi due apostoli, anch’essi in ombra e confinati nell’angolo sinistro della tavola, uno accanto all’altro, raccontano i motivi del tradimento: paura e dubbio.

Paura e dubbio
La paura è grottesca, scura, ha gli occhi spalancati ma non verso il Salvatore bensì verso di noi che guardiamo, verso l’umanità. Come ebbe a dire Mater Luther King: quando la paura bussa alla porta, apre la fede e tutto scompare. Il profilo di questo apostolo è lontano da quello che incarna la fede, tutto luminoso, con le mani giunte e lo sguardo rivolto al cielo. Il dubbio, invece, si ritrae, il dubbio non si espone, aspetta di vedere un risultato prima di scegliere, questo apostolo disegna il profilo di chi non ama sbagliare, di chi preferisce il calcolo allo slancio. Anche in questo apostolo c’è qualcosa di Tommaso o dei discepoli di Emmaus fuggiaschi e delusi per gli eventi della croce.

E noi dove siamo?
Quello spazio aperto di luce che ci sta di fronte invita. Lasciamoci attirare dal gorgo di luce di quella tavola. I tempi sono cattivi, dubbi, paure, incertezze, sono all’ordine del giorno, ma questa tavola ci ricorda come tutti, gli apostoli santi e martiri, passarono per questi sentimenti, in ciascuno però prevalse la fede, la dedizione, il credo, fino all’entusiasmo di essere stati scelti per la grande avventura cristiana.
La Parola che ha rischiarato i secoli si è fatta carne e ha aperto un varco di Misericordia dove tutta quanta la nostra umanità può transitare nel cielo sempiterno. Questa è per noi la vera Pasqua!