Il pane e la casa

Vivere nello stupore è l’augurio che noi adoratrici ci facciamo per questo nuovo anno, perché questo è l’atteggiamento di fondo del contemplativo ed è ciò che vogliamo augurare a tutti.

Lo stesso stupore contemplativo che ci insegna la statuina del presepe napoletano presente quest’anno nel nostro presepe conosciuto per alcuni come Niniello e per altri come “ù Lampatu ra grutta”.
Così, ieri rientrando dal viaggio in America, con stupore e fascino sono stata «accolta» da una pagnotta di pane che custodiva una Sacra famiglia. Betlemme, come spesso ci ricorda questo tempo liturgico, è la casa del pane. Che intuizione rendere visibile questo significato facendo di una pagnottella la casa per il divino Infante e i suoi santi genitori. La casa! quel luogo caldo, caro e tanto indispensabile come lo è il pane. Questa piccola opera d’arte, le mie sorelle l’hanno collocata in refettorio. Sì, in quel luogo che in una casa è il punto d’accordo, così come l'altare lo è in una chiesa. Lì, dove si consuma il pane dell'amicizia, della fraternità, i racconti di incontri fatti, di letture o di cose apprese; dove nascono idee e progetti che danno nuova ripresa al cammino. È nel nostro refettorio, ad esempio, che ogni anno nasce l’idea per il nuovo presepe o per altre iniziative. Così essere accolti con questo segno bellissimo è sapere di avere una casa nel cuore di qualcuno. Questo pane poi è un duplice dono: chi lo ha commissionato per noi alla panetteria, ha avuto la sorpresa di vedere la panettiera desiderosa di contribuire, cosicché lo ha avuto a sua volta in regalo! Questa catena di amore ci ha fatto capire che noi abbiamo trovato casa in questi due cuori, la qual cosa diventa inevitabilmente reciproca. E questo pensiero mi riporta ai tanti senza casa che ho visto per le ricche e festose strade della città di san Francisco. Tra i molti uno ha trovato casa nel cuore delle sorelle che mi hanno ospitata per un tempo. Un uomo, gigante ai miei occhi, uno straniero con due grossi sacchi neri sulle spalle, spesso durante il mio turno di adorazione entrava in chiesa e si sedeva all’ultima panca, quella più addossata alla grande grata che separa la navata della chiesa dal coro delle monache. Appena entrava in chiesa cominciava a parlarmi, per lui ero sicuramente una delle altre suore vestite di bianco e rosso che sapeva essere lì. Ma dopo tre incontri casuali, sempre alla stessa ora, sempre seduto nella medesima panca, dopo che il suo monologo in inglese trovava in me sempre la stessa risposta: I don’t speak English, ha capito che ero diversa dalle sorelle che incontrava in quel coro. Le suore gli permettevano di trovare casa in chiesa per qualche ora, ma intanto lui cercava casa anche nel mio cuore... trovandola! I suoi grandi occhi da bambino, avevano sfondato una prima diffidenza aprendo il cuore alla tenerezza. Niente potevo fare per lui se non regalargli qualche sorriso quando si voltava a curiosare nel coro. Questa tenerezza è stata ricambiata allorché, al mattino della mia partenza, entrando in coro alle 6 lui era già lì e voltandosi di scatto mi vede tra tutte le altre suore. Questa volta non ero sola, come nelle volte precedenti, eppure mi individua, mi riconosce e, facendo un largo sorriso, con la sua grande mano mi saluta sventolando le sue 5 dita, come un bambino saluta la sua mamma dalla finestra di casa vedendola andare via. Anch'io ho trovato casa nel suo cuore!
Tutti abbiamo bisogno di un cuore che ci ospita, della certezza di essere a casa. Gesù bambino ci da tempo perché trovi dimora nel nostro cuore, cosi come l’ha trovata in Maria e Giuseppe, ma Lui certo non tarda ad accoglierci nella sua casa. Entriamoci in punta di piedi e con stupore come han fatto i suoi santi genitori.