RACHAMIM le viscere materne di Dio

In occasione della Professione di Danuta, il 29 novembre all’inizio al giubileo della Misericordia, abbiamo pubblicato un libretto sul tema della misericordia corredato dalle bellissime opere di Rodin e da un Cd di musiche e canti composti da Danuta.
Autore:
Conti, suor Maria Danuta
Fonte:
CulturaCattolica.it
Vai a "Per incontrarci"

Musica e canto sono per la nostra comunità un altro modo – accanto all’arte – per diffondere la bellezza del Mistero di Cristo. L’unico che ci salverà! I canti sono eseguiti dalle sorelle della Comunità e così anche l’esecuzione di alcuni brani musicali. Pubblichiamo qui l’introduzione al libretto Rachamim.

La parola rachamim, appartenente alla tradizione biblica, racchiude in sé la radice e la pienezza di ciò che indichiamo parlando di Misericordia. Formata da rehem (םחר) utero e mayim (םימ) acque ci parla di un grembo che è quello di Dio, in cui ciascuno di noi è perennemente generato. Il vocabolo rahamim (םימחר) è poi, sostanzialmente, il plurale di rehem, un accrescitivo che sta a indicare l’insieme di tutti gli uteri, anzi: l’utero per eccellenza, quello appunto divino. Dio che, radice e fonte generativa di ogni amore, come padre e madre ci plasma. Proprio attraverso la parola rachamim conosciamo quell’accento materno di Dio che ama e che non può fare a meno di amare; come una Madre, le cui viscere fremono di compassione e timore davanti al proprio figlio, dinnanzi al mistero di un tu che, visceralmente parte di lei, è altro da sé: «Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione». (Osea 11,8) E ancora: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). Al paragone dell’utero ricorse anche Cristo nell’ultima cena per spiegare il suo amore per noi. Viscerale è, infatti, l’amore con cui Cristo ci ha amato, facendoci, nell’eucarestia, una sola carne con Lui; testimoniandoci, con la sua morte e resurrezione, che l’amore del Padre è più forte della morte.
Anche i colori, propri del nostro abito, quell’abito con cui il Signore ci riveste di sé, introducono a questo mistero. Il bianco: segno dell’acqua battesimale che ci genera alla grazia di Dio. Il rosso: segno del sangue, pegno di un amore che dona la vita. Il nero: segno della morte e, quindi, della croce, quale sacrificio redentivo.
A ogni sezione del libretto «Rachamim» corrisponde una lettera ebraica. Sono le lettere che formano la parola rachamim - Misericordia rivelatasi a poco a poco nelle pieghe della mia vita.
Ogni lettera della lingua ebraica ha, infatti, un significato proprio, simbolico e numerico.

La resh: ר L’origine
Simbolicamente disegna l’arco del capo e richiama la posizione del feto nel ventre della madre, con la testa ripiegata. È il momento primo, generativo, in cui Dio ci plasma e pronuncia il nostro nome.

La het: ח Il dono
Figura di otre, immagine di qualcosa che accoglie e cela agli occhi estranei.
È inoltre formata da due zain: ז (immagine di arma) la cui somma dà il numero 14, numero del nome di Davide, tipo del Messia. Numero, quindi, della presenza di Dio nel tempo dell’uomo, oltre che immagine dell’incontro di due volontà, divina e umana, nella vita come lotta per la costruzione del regno di Dio.

La mem: מ Il nome
Disegna, con la sua forma conca dalla quale si esce per un pertugio, l’utero materno che genera. La lettera infatti ha valore numerico di 40, numero che nella bibbia corrisponde all’arco di una generazione. Dunque la mem implica il disvelarsi della identità personale grazie alla trasmissione della vita. È il nome nuovo svelato al nostro cuore: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato» (salmo 2,7).

La yod: י La forma
Indica l’apice, il compimento: «Non passerà neppure uno iota, senza che tutto sia compiuto» (Mt. 5,18). Ma anche punto terminale, mano in ebraico si dice Yad. Il suo valore numerico è 10 che indica la completezza terrena. È una delle lettere del tetragramma sacro, il nome impronunciabile di Dio, ed essendo la particella più piccola, indivisibile, fa riferimento a Dio stesso. La mano di Dio che tiene le redini del mondo intero e lo forma, quotidianamente.
Colui che è l’uno per eccellenza mi rende uno con lui, dando forma nuova alla mia vita.

La mem chiusa: ם La missione
Come lettera finale, la mem si presenta chiusa, indicandoci la vera e ultima missione: «Rimanete nel mio amore» (Gv. 15,9). Rimanere in Lui, lasciandosi ogni giorno plasmare dal suo amore. E la lettera che chiude anche la parola le’olam, cioè eternità. Rimanere in Cristo significa radicarsi in un permanere che sarà eterno.

Il nome Maria, in ebraico Miriam (םרימ), è composto dalle stesse lettere di rahamim salvo la lettera het. La het, è presente nel Nome di Dio due volte, il suo stesso significato simbolico rimanda alle due nature del Cristo. La misericordia di Dio dunque si compie nel Mistero dell’Incarnazione dove Cristo, vero Dio e vero Uomo irrompe nella storia grazie al sì di Maria. Per questo un’ultima sezione chiude il nostro percorso: due canti dedicati a Maria, Madre di Misericordia.
Colei nella quale «'l suo Fattore non disdegnò di farsi sua fattura» (Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXIII) ci custodisca, facendoci suoi in Cristo Gesù, nostro Signore.