Chi è l'Evangelista Matteo

Pubblichiamo una parte del primo Incontro sul Vangelo di Matteo. Un affondo sull'evangelista a partire dalla sua chiamata rivisitata da Michelangelo Merisi detto il Caravaggio
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Per comprendere chi sia Matteo, facciamo anzitutto riferimento al racconto della sua chiamata, presente in tutti i Sinottici: Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo.
Andando via di là: Gesù si allontanava dalla «sua città», dopo aver guarito un paralitico. Qui incontra Matteo, il quale è, dunque, di Cafarnao ed esercita una delle professioni più odiate da tutti: l’esattore delle tasse. È un ebreo ma è considerato un collaborazionista del potere dominante, i romani.

LA CHIAMATA DI MATTEO
La chiamata di Matteo è situata al centro, nel cuore della sezione dei miracoli. Il versetto centrale dell’intera sezione è il v. 2 del cap. 9: Coraggio figlio ti sono rimessi i tuoi peccati. (Gesù al paralitico) e la chiamata di Matteo esprime proprio questa verità: Gesù è venuto a rimettere i peccati e a chiamare i peccatori a nuova vita.
Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì. (Mt 9,9 )

Un uomo.
Per Luca è un pubblicano (o appunto esattore), per Marco è il Figlio di Alfeo, l’evangelista Matteo lo definisce semplicemente un uomo. Dietro questa chiamata si nasconde quella di ogni uomo.

Seduto al banco delle imposte

Seduto cioè interamente coinvolto in questa attività.
Il Salmo 1 che descrive gli atteggiamenti del giusto usa tre verbi che esprimono il progressivo coinvolgimento dell’uomo nel peccato:
Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi,
non indugia nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli stolti;
ma si compiace della legge del Signore,
la sua legge medita giorno e notte.
Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, cioè che non si lascia influenzare dalla loro mentalità. È la messa in guardia contro il coinvolgimento dei pensieri nel peccato, nella mentalità di chi ragiona in opposizione a Dio. Beato chi non indugia nella via dei peccatori, cioè beato colui che non familiarizza con le loro abitudini. Il Salmo mette in guardia contro le abitudini cattive che allontanano da Dio.
E infine, beato chi non siede, il verbo ebraico proviene dalla stessa radice dello shabbat, del sabato, beato cioè chi non riposa nella compagnia degli stolti. Beato chi non è pienamente coinvolto anima e corpo nelle scelte e nel modo di vivere dei lontani da Dio.

Matteo è l’uomo che ha percorso tutte e tre queste fasi e si trova ora nella situazione di chi è interamente assorbito da una attività considerata “empia” dalla legge. È seduto infatti al banco delle imposte. Nel discorso della Montagna Gesù aveva dichiarato: non potete servire Dio o il denaro. Matteo è colto dalla grazia mentre era a servizio del Dio Mammona.

chiamato Matteo
È l’unico nome che compare all’interno di questa sezione. Gli altri due sono Pietro, a proposito della suocera e Giovanni a proposito dei discepoli che interrogano Gesù sul digiuno. Nessuno dei chiamati o dei guariti ha nome. Matteo omette anche il nome del capo della sinagoga, Giàiro.
L’evangelista sottolinea così che l’uomo, ogni uomo al di là della situazione di peccato o di lontananza da Dio in cui si è venuto a trovare, è conosciuto da Dio per nome. Gesù vide quest’uomo, ma lo vide nell’intimo, lo vide non come pubblicano, ma come Matteo, che in ebraico significa dono di Dio.

e gli disse: “Seguimi”
.
Che Gesù veda Matteo nell’intimo lo conferma questa chiamata, così essenziale, così priva di passaggi intermedi. L’incontro con Gesù è totalizzante.

In San Luigi dei Francesi, a Roma, la Cappella Contarelli accoglie il ciclo pittorico di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio ispirato alla vita dell’Apostolo Matteo. Le tre tele comprendono la vocazione di Matteo, Matteo e l’Angelo mentre sotto ispirazione scrive il Vangelo e il martirio dell’Apostolo, avvenuto secondo la tradizione in Etiopia. La commissione dell’intero ciclo venne all’artista grazie all’interessamento del Cardinal del Monte, grande estimatore di Caravaggio. L’opera fu consegnata entro il 1600 perché doveva rappresentare uno dei punti d’interesse principali in occasione del Giubileo.

Il ciclo su Matteo in San Luigi dei Francesi
Nella tela della chiamata, Caravaggio ambienta il tutto in uno scantinato che tanto somiglia alle bettole romane. L’immagine dello sprofondamento di Matteo nel peccato è affidata proprio all’ubicazione del luogo che è basso rispetto alla luce che irrompe da un’ipotetica entrata posta in cima a una rampa di scale appena percorsa da Gesù.
Ma in tanta oscurità un fascio di luce rivela un bellissimo gioco di sguardi e di gesti.
Matteo è seduto con altri personaggi vestiti alla moda del Seicento. Caravaggio attualizza l’evento, interpretando l’appellativo «uomo» dell’evangelista come rivolto appunto agli uomini del suo tempo.
Gesù entra da destra, il lato del futuro per gli occidentali (che scrivono da sinistra a destra). Il fascio di luce che lo accompagna è simbolicamente la luce del Padre. Si è tanto discusso di recente di quale, tra i personaggi seduti al tavolo, sia il pubblicano Matteo. Riprendendo una vecchia tesi di Andreas Prater del 1985, alcuni studiosi, seguiti da papa Bendetto XVI, credono di individuare l’Apostolo non nell’uomo dal dito puntato, bensì nel giovane intento a contare il denaro. In realtà la tesi presenta molti punti deboli, primo fra tutti il fatto che il giovane ragazzo ha tutta l’aria di essere il povero tassato, dalla borsa di danaro sgonfia che tenta di nascondere, sotto il gomito, qualche moneta per sottrarla all’esattore. L’altro, da parte sua, batte cassa (vectigal exigens) con la nocca di un dito sul tavolo esigendo il dovuto, la sua borsa è ben rigonfia e chiusa per i pagamenti già riscossi. Insomma, mentre Matteo sta intimando un severo: «Paga!» ecco che gli viene rivolto un altrettanto imperioso: «seguimi!» che ribalta la sua situazione.
Ai compagni di Matteo poco importa dell’ingresso del Signore, uno si appoggia all’amico quasi diffidente, l’altro che ci volge le spalle, più curioso, mostra comunque di non capire. Un anziano, inforcati gli occhiali, si preoccupa che il tassato stia contando bene tutte le monete, senza barare.
Matteo solo si ritrae e pare dire: «Io?», quasi incredulo.
Al gesto di Gesù si aggiunge quello di Pietro, quale conferma: «Sì, proprio tu!» Gesù chiama ancora, oggi attraverso la Chiesa.
Gesù si identifica con la comunità dei suoi discepoli e la chiamata di Gesù ad una persona coinvolge sempre la comunità. Sarà così anche per Matteo, come vedremo.

Ed egli si alzò e lo seguì.
Matteo si alzò e lo seguì. Tutta la sezione dei miracoli è scandita dall’espressione si alzò. E Caravaggio mostra la sequela di Matteo nelle altre due tele. In quella centrale, dove l’evangelista accetta di essere istruito dall’angelo per stendere il suo Vangelo, in quella laterale mentre accetta il martirio.

La tela centrale procurò a Caravaggio molti problemi, la prima versione fu rifiutata per la postura, goffa e impacciata dell’evangelista, mentre tenta di scrivere aiutato dall’angelo che gli accompagnava la mano. Quanto ieri parve irriverente oggi, forse, sarebbe pienamente accettato, dal momento che non sono pochi gli studiosi a dubitare che, l’autore del secondo Vangelo sia l’apostolo. Taluni pensano che Matteo sia autore di alcuni libretti, su detti e miracoli che sono poi serviti quale base per la stesura del Vangelo da parte di un ignoto autore. In realtà la Chiesa non ha accolto totalmente queste testi che sono ancora materia di studio, continuando a riconoscere nell’Apostolo Matteo l’autore del secondo Vangelo, tanto della redazione greca che abbiamo in possesso, che di una ipotetica redazione aramaica che non ci è pervenuta. A san Matteo sono anche tradizionalmente riferiti dei testi apocrifi: il Vangelo dello pseudo-Matteo, sull'infanzia di Cristo, gli Atti di Matteo e il Martirio di Matteo che ne descrivono la predicazione.
La versione ultima del Matteo ispirato dall’angelo di Caravaggio, vuole il nostro apostolo vestito di rosso, perché già segnato dalla grazia del martirio.

Il martirio di Matteo, secondo un’antica tradizione riportata, appunto, dalle Passioni Apocrife e dalla Leggenda Aurea, avvenne in Etiopia dove Matteo aveva fatto risorgere dalla morte Ifigenia, figlia del re Egippo, portandolo alla conversione. Anche Ifigenia, convertitasi, si consacrò a Dio, ma alla morte di Egippo salì al trono il fratello Irtaco desideroso di sposare la nipote. Poiché san Matteo si rifiutò di convincere la ragazza a rinunciare al voto fatto e ad accettare le nozze, fu martirizzato. L’apostolo avrebbe proclamato solennemente che: come un servo che usurpasse la moglie del re sarebbe arso vivo, allo stesso modo non era possibile che un re terreno usurpasse la moglie del re celeste. Così, mentre celebrava la Santa Messa all’altare, san Matteo fu trafitto di spada da un sicario del re. Nella scena concitata di Caravaggio vediamo il Santo trafitto (che ha il medesimo volto sia dell’evangelista intento a scrivere il Vangelo sia del personaggio centrale del banco delle imposte), ricevere la corona di gloria da un angelo che si sporge da una nube. Tra gli astanti si può riconoscere uno degli amici di Matteo, e cioè il personaggio dal cappello piumato che appoggiava confidenzialmente il gomito sulla spalla del pubblicano. Sullo sfondo l’uomo in fuga pare essere il ritratto dello stesso Caravaggio che lascia qui simbolicamente la sua firma. Come nella sua vita aveva condiviso con Matteo la lontananza da Dio (e forse anche un certo attaccamento al denaro), allo stesso modo sembra qui sperare di condividerne la gloria, grazie all’intercessione del martire e a motivo delle indulgenze del giubileo.