Le dieci parole (V e VI)

Continua il viaggio nei simboli biblici attraverso la Scrittura e i mosaici della Basilica di san Marco
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Quinta parola
Dio disse: "Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni
La quinta parola, nel quarto giorno, dà origine alle luci nel cielo e, con esse, viene introdotta la scansione ritmica del giorno e della notte, la scansione annua delle stagioni. Il giorno e la notte è il tempo duale in cui è immerso l’uomo ed è simbolicamente la scansione fra bene e male, fra sacro e profano. Qui, a differenza dell’oscurità dell’origine, la notte è creata, conosce un limite, ha un termine, è circoscritta. Nel Salmo uno, anche questo nato in epoca postesilica e salmo sapienziale, il giusto medita la torah di giorno e di notte, il giusto è perciò capace di ricondurre all’unità sacro e profano, è capace di giudizio fra bene e male.
In quest’ottica, il Sacramento del Battesimo ci incorpora in Colui che, non solo ha portato a compimento il Cielo e la terra, ma compie il vero discernimento fra bene e male: Cristo. Cristo compie tutta quanta la torah e per questo chi si incorpora a Cristo è sciolto dalle leggi sull’impurità legale, non conosce più la scansione fra cibo sacro e profano ed è capace di giudizio riguardo al bene e al male.
Nei mosaici di San Marco Sole e luna sono posti entro la volta del cielo tempestata di stelle e hanno rispettivamente il volto di Cristo e della Chiesa (Figura 1). La Chiesa, come già per gli ebrei la Sinagoga, viene associata alla luna perché non brilla di luce propria, ma della Luce che le viene da Cristo, vero Sol Invictus della storia. La capacità di giudizio della Chiesa sul bene e sul male non le viene da sé, ma da Cristo che la illumina.
Michelangelo pone in un unico spazio i primi quattro giorni della creazione creando così un’area in cui Dio lo si vede presente in tutte le direzioni e in tutte le posizioni (Figura 2). Egli esprime in questo modo l’onnipresenza e l’onniscienza di Dio. In una parola: la sua eternità. In particolare nella creazione dei due astri maggiori del quarto giorno le braccia di Dio disegnano lo spazio tra luna e sole, cioè tra la Chiesa e Cristo, vale a dire lo spazio che separa questo tempo dall’eternità, il tempo della salvezza fino alla parusia (Figura 3).
La quinta Parola del decalogo recita il comando di non uccidere. Questo tempo, che è tempo di salvezza, è dato all’uomo in dono. Il comando di non uccidere contiene in sé l’affermazione perentoria a difendere la vita entro questo tempo, proprio per la fede nel tempo futuro in cui si compirà ogni giudizio. Quaggiù a nessuno è lecito di decidere sulla vita propria e altrui.

Sesta parola
Dio disse: "Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo".
La sesta parola è quella della vita, nell’acqua e nel cielo. In questo quinto giorno Dio crea (barà) i grandi mostri marini. Mostri che all’interno della simbologia biblica sono identificativi del male, del Leviatan, del Serpente antico. Dopo aver circoscritto la notte, l’oscurità e averla asservita a un bene per l’uomo, in modo simbolico ci viene anche detto che pure il male ha un limite. Il male, il Leviatan, il Serpente antico, non è un Principio assoluto di fronte al Principio di Bene che è Dio. Il male è creatura. Il male ha un limite, mentre non ha limite il Bene che per sua natura è destinato all’eternità. Nel libro di Giobbe al cap. 38 Dio dichiara di aver fissato un limite al mare: gli ho messo chiavistello e porte e ho detto: "Fin qui giungerai e non oltre e qui s'infrangerà l'orgoglio delle tue onde" (vv.10-11).
È significativa la duplice valenza dell’acqua che già si delinea nelle prime pagine della bibbia, da un lato l’acqua come sorgente di benedizione e quindi di purificazione (da questa l’idea del lavacro battesimale); dall’altro però l’acqua come minaccia di ritorno al caos, l’acqua sede del Leviatan, da cui l’immagine dell’immersione nella morte.

La inequivocabile dimensione creaturale del male è puntualmente descritta dall’artista bizantino dei mosaici di san Marco. Nel ciclo musivo della cupoletta della Genesi, il quinto giorno si dispiega in due diversi mosaici. Nel primo vi sono raffigurati volatili e pesci, con al centro un mostro marino, solitario e feroce che rivolge le sue fauci verso la campitura precedente, vale a dire verso il Creatore che, col sole e la luna, dà origine al tempo (Figura 4).

Nel secondo riquadro i cinque angeli simboleggianti, appunto, il quinto giorno tengono sotto i piedi un enorme serpente, il Leviatan (Figura 5). L’antico autore attesta così il dominio di Dio sul male e sulla morte. Non a caso il sesto comandamento chiede di non commettere fornicazione, chiede cioè il rispetto per quegli impulsi ancestrali che sono all’origine della vita. L’acqua e i pesci sono, appunto, simboli della vita e della fecondità, mentre il Leviatan che abita le profondità abissali è segno delle passioni sregolate che trasformano le acque vitali in flutti di morte.