I martiri armeni

Un martirio dimenticato. Fu cruento a tal punto da parere leggendario. Più che la fede è l'arte a trasmetterci la testimonianza colletteva di questo popolo. Un'opera di Durer diventa anche monito e insegnamento per guardare ai martiri di oggi.
Autore:
sr Maria Gloria, Riva
Fonte:
Messaggero Sant'Antonio
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La santificazione è un cammino comunitario. Dai martiri periti sotto Antonino Pio (138) o Diocleziano, nel 303, fino ai monaci di Algeria, martirizzati a Tibhirine nel 1996 una ininterrotta catena di santi muoiono uniti per Cristo. Un’opera più di altre testimonia la letizia di questo dare la vita insieme per Gesù.
Federico il Saggio, grande estimatore di Albrecht Dürer, possedeva molte reliquie, tra le quali alcune dei Diecimila martiri armeni. Le narrazioni del massacro erano così terrificanti da convincere i nostri contemporanei della natura leggendaria dell’evento. Così, già da tempo, ma soprattutto dopo la riforma liturgica, i diecimila martiri sono ricordati solo nei cataloghi d’arte che riportano le opere di Dürer. Mi domando, se oggi, dopo quello che, con proporzioni apocalittiche, stiamo vivendo, possiamo ancora credere che le narrazioni del martirologio siano state frutto di pura invenzione. Il grido del papa per il massacro di Mosul nel 2016, ad esempio, o ancora la persecuzione senza precedenti dei cristiani di Aleppo; l’esodo interminabile delle persone che fuggono, o sono costrette a fuggire, da regimi impossibili o da una tratta di uomini ignominiosa, ci rende più consapevoli che il martirio dei diecimila, dipinto da Albrecht Dürer, scatta un’istantanea molto vicina al nostro quotidiano.
Il dipinto, commissionato da Federico il Saggio a Dürer nel 1496, mostra diecimila soldati cristiani morti sul monte Ararat, in Armenia, per mano del re persiano Sapore I, su ordine di Adriano e Antonino Pio (o, per altri, ai tempi di Diocleziano). Impressiona come l’artista tedesco non abbia esitato ad attualizzare l’opera, vestendo gli antichi persiani con abiti ottomani, alludendo chiaramente alle vicende politiche di allora. Un coraggio che forse oggi, in ambito cristiano, si faticherebbe a trovare. Proprio nel 1496 gli ottomani premevano alle porte dell’alta Europa acquisendo il controllo del Danubio e, dal basso, mettevano a dura prova i veneziani nei Balcani e nell’Adriatico. La minaccia si risolverà, alla fine, con la battaglia di Lepanto 75 anni dopo (1571).



Quasi a esaltare l’unità di intenti e la forza che i commilitoni armeni attinsero da Cristo, Dürer narra le barbarie più atroci con distacco: i colori scintillanti e il controllo di ogni gesto contribuiscono a rendere l’opera gradevole, trasformando il martirio nella miniatura di un balletto. Non manca certo una vena d’ironia nell’artista, desideroso di ridestare i suoi contemporanei, incapaci di comprendere la gravità dell’ora. Al centro del dipinto gli unici due individui vestiti di nero che passeggiano tranquillamente in mezzo a quel massacro sono proprio l’artista con l’amico Konrad Celtis; un’umanista morto qualche mese prima. L’amico, passato a miglior vita, sembra mostrare a Dürer, la verità delle cose, assimilando gli antichi martiri armeni ai martiri procurati dagli ottomani. Il pittore che tiene fra le mani un cartiglio con la scritta: «Iste fatiebat Ano Domini 1508 Albertus Dürer Aleman», pare sventolare una bandiera bianca, invocando la pace, ma anche rivendicando la portata profetica del suo dipinto. Più tardi Dürer aderirà alla Riforma protestante e perderà, nelle sue ultime opere, un po’ di quell’arguzia capace di far riflettere, caricandosi di severità e rigore formale, tuttavia egli resta un grande interprete del suo tempo, anche nel turbamento religioso che lo afflisse proprio negli anni della questione Luterana.



I due passanti in abito nero, quasi incuranti delle follie di quegli antichi fondamentalisti, sono un piccolo particolare, ma offrono la chiave di lettura di tutta l’opera. In essi, infatti, ci possiamo rispecchiare e, forse, nel cartiglio di Dürer, non stonerebbero le parole di Primo Levi:
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo.
La risposta migliore a una tale amara considerazione sull’uomo di Levi, la offrono proprio quanti, insieme danno la vita per Gesù. Non un caso eroico isolato, non il gesto estremo di un singolo animato da un coraggio senza precedenti, ma la forza di coesione che la fede offre a una comunità. Sono questi esempi che dovrebbero rafforzare le comunità cristiane, le famiglie cristiane le quali, se non sono strette dalla morsa di un martirio cruento, soffrono una persecuzione più insidiosa, quella di un secolarismo che minaccia la fede al suo interno. Anche in questo l‘apparenza del balletto con cui Dürer narra l’evento drammatico è profetica, non esiste solo la persecuzione violenta, esiste lo stillicidio di una mentalità edonista e consumista, anticlericale che mina goccia a goccia le unioni più sante. Occorre come Dürer aprire gli occhi e fissarli sui piccoli tesori che la Chiesa ci offre: l’esempio dei santi, l’Eucaristia quotidiana, la Parola di Dio letta e pregata e la preghiera fatta insieme, soprattutto quella del Rosario che, proprio a Lepanto, ha determinato la vittoria sui persecutori.