29 - 31 luglio 2026: installazione di una duplice opera su San Francesco a La Verna (Colonia di Serravalle) e a San Marino (Convento di San Francesco)

In occasione dell'ottavo centenario della morte di San Francesco, una doppia opera dell'artista sammarinese Cristian Ceccaroni celebra il profondo legame tra La Verna, San Marino e San Leo. Attraverso una ricca simbologia spirituale e artistica, le due tele ricordano il passaggio del Poverello d'Assisi e il dono del Monte della Verna, esprimendo il valore della fede, della Provvidenza e della memoria condivisa.

Gli Eccellentissimi Capitani Reggenti, Alice Mina e Vladimiro Selva, hanno voluto commemorare gli ottocento anni della morte di San Francesco con una significativa donazione, volta a sottolineare lo storico gemellaggio tra San Marino, il Montefeltro e il monte di La Verna.
Cristian Ceccaroni, apprezzato artista sammarinese e già noto per simili fatiche artistiche, ha elaborato una doppia tavola su tela che rimarrà a perpetua memoria del passaggio del Poverello di Assisi sui due monti interessati: il Titano e La Verna.
Il suggerimento, proposto da suor Maria Gloria e accolto favorevolmente dalla Reggenza e dall’artista, è stato quello di realizzare il medesimo soggetto con due differenti sfondi. Si tratta di una tradizione iconografica già consolidata in Repubblica, che trova un significativo precedente nella copia dell’Annunciazione del Barocci custodita nel Convento di San Francesco. In quella tela, il legame si tesse tra il Santuario di Loreto e il Palazzo Ducale di Urbino. Nell’impianto scenico dell’opera baroccesca, infatti, il sollevamento di una tenda – simbolo stesso della vita e della storia che nascerà dal "sì" di Maria – lascia intravvedere un panorama in cui domina il Palazzo Pubblico di Urbino (nella versione di Loreto) e il Palazzo Ducale della medesima città (nella copia dei Francescani Conventuali di San Marino, presenti anch'essi nella realtà urbinate).
Nell’opera di Ceccaroni, San Francesco si trova in primo piano con le braccia alzate al cielo in contemplazione del serafino. È la raffigurazione dell’evento centrale che vide protagonista il panorama roccioso e boschivo di La Verna: il Cristo Crocifisso, apparso a San Francesco nella forma infuocata di un serafino, impresse sul corpo del Santo le sue stesse piaghe attraverso raggi misteriosi. Lo sfondo varia sensibilmente tra le due tele, pur citando i tre luoghi cardine: San Marino, San Leo e La Verna.
Nell’opera destinata a La Verna, il monte Titano si staglia davanti allo sguardo del Santo; al contrario, nella tela destinata al Convento di San Francesco in San Marino, il Poverello contempla La Verna. Al centro di entrambe le versioni si scorge il monte Feretro, noto come San Leo. Attraverso questo dettaglio si fa memoria del Conte Orlando Cattani di Chiusi di La Verna il quale, proprio dalla finestra della sua casa affacciata sulla piazza della rocca di San Leo, ascoltò la predicazione ardente di San Francesco rimanendone affascinato. Al termine dell’esortazione, l’8 maggio 1213, il Conte scese frettolosamente in piazza e donò la sua proprietà di La Verna al Santo e alla sua opera.
Alcuni simboli specifici arricchiscono l’iconografia classica del Santo stigmatizzato. Un reliquiario riproduce fedelmente un oggetto custodito nella Pinacoteca adiacente al Convento di San Francesco, contenente un frammento del cordone del Poverello. La pietra del Titano, accostata agli attrezzi di Santo Marino (scalpellino e fondatore della Repubblica), rimanda invece alla committenza degli Eccellentissimi Capitani Reggenti che, sulla scia di una consolidata tradizione, hanno voluto ricordare le radici del proprio Stato.
Si notano poi alcuni volatili che, secondo la testimonianza dell’artista, appartengono alle principali specie della zona: il pettirosso, la cinciarella e il cardellino. Queste tre specie di uccelli sono tra le più citate nella storia dell’arte e raccontano in chiave simbolica la spiritualità del Santo d'Assisi. Il cardellino e il pettirosso, a causa del loro piumaggio rosseggiante, rimandano alla Passione del Redentore e alla sua risurrezione. Il nome latino del cardellino (Carduelis) deriva dal cardo, pianta spinosa di cui va ghiotto e che, secondo la tradizione, fu utilizzata per intrecciare la corona di spine di Cristo. Si narra che sia il cardellino sia il pettirosso cercarono di svellere una spina dal capo del Salvatore, rimanendo macchiati dal suo sangue. Lo stesso Francesco, nella sua totale immedesimazione con il Cristo crofissato, desiderava alleviare le sofferenze del Redentore.
La cinciarella, meno frequente nell’arte, viene qui assimilata ai piccoli passeriformi che simboleggiano anzitutto la Provvidenza divina. Nel Vangelo di Matteo (10, 29-31) si legge infatti: «Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!».
Francesco fu il grande assertore della Provvidenza e di una vita interamente abbandonata alle cure del Creatore. Proprio perché i figli di Dio valgono più dei passeri, nell'arte questi volatili richiamano anche l’anima umana che si nutre del cibo celeste, l’Eucaristia. Le cince in particolare, note come "cinciallegre", sono simbolo di gioia, vivacità e della positività operosa della natura. La predica agli uccelli resta uno dei fioretti più celebri di San Francesco, la cui natura semplice e gioiosa è da sempre associata a questi umili e festosi volatili.