I presepi nel nostro monastero di Pietrarubbia
In questo Santo Natale 2025 abbiamo allestito un presepe nella chiesa di di San Lazzaro e Santa Maria Maddalena e uno nella baita esterna del monastero, in un'atmosfera magica, tutta da vivere
Il Presepe in Chiesa
Nella chiesa di Pietrarubbia il presepe sviluppa il tema dei Sacramenti. Sono essi la via che la Chiesa costantemente offre per giungere al Dio Meraviglioso! Ogni Sacramento è collegato a un simbolo, attributo dei vari personaggi che compongono il Presepe. Le immagini dei diversi sacramenti sono prese da una bella opera di Girolamo Imparato.
Battesimo
La donna con la brocca vicino al pozzo, è l’immagine della Nuova Alleanza che, con l’acqua santificata dalla venuta e dal Sacrificio del Redentore, ci offre un lavacro di Salvezza. Questa donna è vicinissima a Gesù e Maria, perché rappresenta la strada che conduce al Meraviglioso.
Cresima
L’uomo con le oche offre il simbolo della vigilanza. La cresima, col dono dello Spirito Santo, ci rende capaci di essere testimoni della grazia ricevuta. A dispetto del linguaggio comune, per il quale l’oca è sinonimo di stupidità, questo animale esprime, in realtà, un simbolo denso di significati positivi. Essa rappresenta non solo vigilanza, guida e protezione (basterebbe citare l’episodio delle oche del Campidoglio), ma anche di vita e rinascita e possiede un forte legame con il pellegrinaggio, tanto da essere uno dei simboli del cammino di Santiago. Non solo. Nella cultura pagana l’oca era considerata messaggera degli Dei e artefice della creazione. Come dunque non associarla al dono dello Spirito, protagonista della creazione, nella bibbia, ma anche della nostra rinascita? Nella Cresima lo Spirito conferisce a ciascuno la vocazione che avrà nella Chiesa, ci è guida sulle strade della vita e ci dà la grazia di essere vigilanti nella fede e testimoni del Vangelo.
L’uomo con le oche pur essendo in cammino, con l’atteggiamento del pellegrino, guarda già verso la grotta, verso la meta.
Comunione
Il pastore con in braccio l’agnello è simbolo della comunione eucaristica. Egli infatti si toglie il cappello come sogliono fare gli uomini, quando entrano in chiesa per accostarsi all’altare. Togliersi il cappello è un gesto reverenziale che suppone la consapevolezza di essere alla Presenza di qualcuno degno di un grande rispetto. L’Eucaristia è, in effetti, la Presenza per antonomasia (come direbbe san Paolo VI) del Signore Gesù. L’agnello poi è simbolo del Redentore e di quel sacrificio salvifico che si perpetua sull’altare attraverso il dono dell’Eucaristia. La comunione che si instaura fra il gregge e il pastore è unica e vitale, come per noi è unica e vitale la comunione che si instaura con Cristo mediante il dono della comunione eucaristica.
Confessione
San Giuseppe che regge la lanterna è il simbolo del sacramento della confessione. Questo sacramento ha diversi nomi: confessione, appunto, riconciliazione o penitenza. Ogni nome esprime uno dei molteplici aspetti di questo sacramento. La confessione, indica anzitutto, affermare con verità il proprio credo. Si confessa la bellezza dei doni ricevuti, ma si confessano anche, con verità, le proprie colpe e la distanza che, agli occhi dell’anima grazie all’esame di coscienza, si palesa fra il dono di Dio e le nostre inadempienze. In tal senso la lampada ha, appunto il significato immediato di veder chiaro (dentro la propria anima confessando i propri errori), ma anche il far sì che altri vedano chiaro (confessando i doni ricevuti). Il nome penitenza indica la necessità di sopportare pazientemente le conseguenze dei nostri errori e, quindi, riprendere il cammino con verità. San Giuseppe è il grande segno di colui che si è pentito e ha visto una verità, prima non capita. Il Santo, infatti, come narra Matteo fu colto dal dubbio circa la maternità di Maria, poi però illuminato da un angelo apparsogli in sogno (come da una lampada), si pente e prende con sé Maria sua sposa. Il nome riconciliazione dice l’unificazione di ciò che è stato separato. Il fuoco, la lanterna posta al centro di una casa, unisce e riscalda, dunque è un grande segno di unità. La parola focolare indica, infatti, la famiglia. Negli antichi registri parrocchiali le famiglie erano dette «i fuochi».
Gli ultimi tre simboli sono in mano ai Magi e rappresentano gli ultimi tre sacramenti.
Unzione degli Infermi
Il re moro reca la mirra, unguento profumato e curativo. Tradizionalmente è Baldassarre (il cui nome significa Dio protegga il re) a offrire la mirra, proprio perché questa gommoresina aromatica è tipica dell’area nord orientale dell’Africa (Somalia, Etiopia, Sudan, Eritrea). Fin dall’antichità venne utilizzata come medicinale, antinfiammatorio e antisettico. Soprattutto fu impiegata nei riti funebri per la conservazione dei cadaveri. Nel Presepe è un rimando alla sepoltura di Cristo che, secondo il Vangelo di Giovanni, avvenne per mano di Nicodemo con una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. L’unzione degli Infermi, dunque, come la mirra, non è un sacramento somministrato solo in punto di morte, ma si può ricevere varie volte nella vita, soprattutto quando ci sono condizioni di estremo pericolo (come un’operazione chirurgica o una malattia grave), indipendentemente dall’età della persona ammalata. Non a caso, nelle nostre statue, Baldassare è il re più giovane proprio perché la mirra ridona giovinezza. In seguito alla scoperta delle Indie prima, e delle Americhe dopo, i tre re Magi (tradizionalmente rappresentati come le tre età dell’uomo), divennero anche simboli delle tre razze principali: bianca, indiana (gialla-rossa) e mora. Il nostro presepe condensa le due tradizioni, i nostri Magi hanno diverse razze e diverse età
Ordine Sacro
Il re indiano è il portatore dell’incenso. L’incenso proveniente dall’india e dall’Oriente in generale è, con le sue volute di fumo, simbolo dell’ascesa verso Dio. Tradizionalmente portato da Caspar (Gaspare) simboleggia la divinità di Cristo, pertanto l’incenso è elemento principale della Liturgia cristiana. L’uso dell’incenso accompagna molte delle celebrazioni legate alla vita del credente. È dunque attributo dei sacerdoti e, per questo, simboleggia nel nostro presepe l’Ordine Sacro. Il nome Caspar, khazandar, significa «tesoriere», o «ispettore del tesoro»: i sacerdoti sono, a tutti gli effetti, tesorieri, ispettori, cioè, di quel grande tesoro che è il patrimonio della fede, significato appunto dai sacramenti.
Matrimonio
Melchiorre reca l’oro, che simboleggia il matrimonio. Il matrimonio viene sigillato da anelli tradizionalmente d’oro. Il prezioso metallo, nel presepe rimanda alla regalità di Cristo, il nome Melchiorre significa, infatti, Re di Luce. Con il matrimonio si compie quel precetto primordiale del crescere e moltiplicarsi, cosicché l’oro rappresenta quella Luce (divina) che illumina ogni uomo che nasce. Melchiorre è il più anziano ed è in ginocchio: essendo vissuto a lungo, egli è consapevole di come tutti i benefici vengono da Dio. Come l’oro è provato col fuoco, così chi vive il matrimonio affronta, ad ogni tappa della vita, innumerevoli difficoltà con i figli e con i figli dei figli. Dunque gli sposi sanno quanto sia grande il pericolo di perdere la retta via e, nello stesso tempo, come ogni successo avvenga grazie al supporto e all’assistenza del Cielo.
La Chiesa e le sorgenti dei Sacramenti
Gesù e Maria sono, infine, segno di quella Chiesa dalla quale sgorgano come da una sorgente tutti i Sacramenti. Il salmo 87 (o 86) canta Gerusalemme come città di Dio, dalle fondamenta sicure, poste su monti santi. I padri della Chiesa hanno sempre visto in questo salmo un’immagine della Ecclesia che quale città di Dio custodisce i Misteri della Fede. In particolare i versetti 6-7 sembrano descrivere l’Incarnazione del Verbo e le sorgenti di salvezza che ci ha regalato nei sacramenti: Il Signore scriverà nel libro dei popoli: «Là costui è nato».
E danzando canteranno: «Sono in te tutte le mie sorgenti» (Salmo 86-87, 6-7)
È Maria che, come Figlia di Sion, come immagine della Chiesa, canta al suo divin Figlio: sono in te tutte le mie sorgenti.
Vicino a Gesù si vede un libro aperto sul passo di Luca (in ebraico) che narra la nascita del Redentore: egli è il Verbo fatto carne. Vicino a Maria, invece, c’è un gatto. Spesso presente nella scena dell’annunciazione il felino ha una doppia valenza simbolica: da un lato è un rimando al Mistero della Verginità di Maria, dall’altro è anche il segno del demoniaco che già vuole sopprimere il Cristo.
Una strada in cielo
Gli angeli furono i primi ad indicare ai pastori la strada che porta a Gesù. Furono essi ad aprire una strada di luce fra cielo e terra. Nel presepe un campanile, ideale punto di contatto tra cielo e terra, è il luogo abitato dagli Angeli che, con la stella splendente nel cielo, indicano ai pastori e ai Magi, la strada della salvezza.
Il presepe nella Baita
Nella baita, invece, la strada è quella centrale che ci permette di camminare dentro al Presepe stesso. La prima scena è occupata dall’angelo che annuncia ai pastori: Gloria a Dio! In ebraico Gloria, Kavod, significa la Presenza di Dio in mezzo agli uomini, una Presenza che noi adoriamo ogni giorno nel Santissimo Sacramento. Proseguendo s’incontra una sorgente: l’acqua è simbolo della Parola di Dio che ha dissetato il popolo lungo i secoli. Ora c’è qui una sorgente d’acqua viva che zampilla per la vita eterna. Accanto alla sorgente c’è un agnello, simbolo eucaristico. Cristo è l’Agnello della vera Pasqua. Poi, anche qui, san Giuseppe reca una lanterna: è lui ad indicarci la Luce vera che illumina ogni uomo. L’asino e il bue sono emblema dei due popoli: gli ebrei, il bue, i pagani, l’asino. Gesù ha fatto dei due un popolo solo. La Madonna e le altre pastorelle, adorano in ginocchio. Il percorso si conclude con loro. Gesù è una presenza di verità cercata, quando però la si trova diventa una presenza che permea tutta la vita. L’adorazione esprime questo: non solo il momento in cui si inginocchia, ma uno stile di vita che non ci abbandona mai, che diventa il modo mediante il quale guardare persone e situazioni.



















