Suor Beatrice e il profumo dell'Uganda

A 57 anni dall’Unione Africana (Addis Abeba, 1963), testimonianza della nostra suor Maria Beatrice, ugandese

In Africa viviamo molto in unità a cominciare dalla famiglia. Tanta gente in Europa si chiede come mai noi che siamo poveri abbiamo tanti figli. Ma per noi la vera ricchezza sono i figli, perché non abbiamo principalmente un lavoro d'ufficio quindi più figli hai più aiutano in famiglia. La famiglia numerosa è più riconosciuta a livello sociale e morale, anche se lo Stato non da le sovvenzioni. Due ragazzi prima di sposarsi sono chiamati con il proprio nome, una volta che hanno i figli vengono chiamati in relazione ad essi: mamma di…, papà di… anche essere anziani è un valore, anzi è un traguardo desiderabile e a casa mia gli anziani vengono chiamati Mosè in segno di rispetto. La famiglia ha tanto piacere di incontrarsi con i nonni la sera.
Non si può capire la storia di questo paese senza la Madonna, anche perché la sua storia è così tanto legata alla fede cristiana che è impossibile parlare di politica senza trovarne il legame con la vita religiosa. Questo è vero soprattutto per l’Etiopia, che attraverso la sua storia millenaria si considera come la “decima dell'universo” a Maria. La figura materna infatti in Africa è quella più importante in famiglia, la moglie porta i figli a Messa, mentre gli uomini vanno per conto loro. Anche il bambino più piccolo conosce la Madonna: è la persona più conosciuta in Africa.
L'essere cristiani però in tante parti non è facile: forse proprio per questo la gente sente la preziosità della fede. La fede e la Chiesa sono prese molto sul serio anche se la gente non sa molto leggere e scrivere, perché la fede è un dono, non è una cosa che si studia. È un dono trasmesso e ricevuto: è vissuto e non rimane puramente nel pensiero delle persone. La domenica e il comandamento di santificare le feste sono cose imprescindibili. In realtà non si parla di tanti martiri che potrebbero essere canonizzati in Africa: tanta gente affronta il pericolo pur di entrare in chiesa, per esempio in Nigeria. La gente fa grandi sacrifici per andare a Messa, ma non ne sente il peso, tanto che, soprattutto i giovani e i bambini, camminano per ore nei campi tra i canti e le preghiere. E in alcune parti sfidano il pericolo di incontrare i ribelli o altri ostacoli sul cammino pur di arrivare in chiesa. Noi africani abbiamo ricevuto la fede tramite i missionari europei, che hanno fatto la loro fatica per inculturarsi, e noi lo abbiamo visto, ne siamo consapevoli. Con tanta gratitudine per il seme che loro hanno gettato nella nostra terra, non possiamo tenerne il frutto solo per noi. Siamo cristiani e abbiamo una missione universale: dobbiamo condividerla con tutti.
Anche nella circostanza della pandemia Covid io, pur essendo qui in Italia, ho potuto, grazie ai miei contatti con l’Uganda, mio paese d'origine, verificare l'unità della nazione. Abbiamo sentito la presenza paterna del governo come mai prima. Il nostro presidente ha chiuso subito tutte le frontiere, anche se non sembrava che ce ne fosse bisogno. Con la collaborazione di tutti siamo riusciti a contenere il numero dei contagi e non ci sono stati morti. In città si moriva di fame e il presidente ha permesso il ritorno delle persone alle famiglie d’origine nei villaggi. Ora il clima è più disteso ed è nato un salutare umorismo per sdrammatizzare la vicenda insieme ai nostri cari canti e balli.
Per l'esperienza che ho io, nata e cresciuta in questo meraviglioso continente, credo di poter parlare a nome di tutta l'Africa: in questo giorno in cui commemoriamo la nascita dell’Unione Africana, un organo politico relativamente giovane, voglio mettere in evidenza che la nostra società ha in sé forte l’anelito all’unità.