Il pesce di Natale!

A Roma, nella notte tra il 23 e il 24 dicembre c'era la grande festa del pesce: il Cottio. Una cena vigiliare a base di pesce che metteva d'accordo poveri e ricchi e che ricordava a tutti il pescatore di uomini famoso in tutto il mondo. Quello che nasce a Natale.
Autore:
Giacometti, Annunziata
Fonte:
CulturaCattolica.it
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La notte di Natale, nella vecchia Roma, era tradizione recarsi alla messa della Vigilia alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Vi si riversava quasi tutta la popolazione, al termine di quello che, tuttora, viene chiamato Il cenone. Era una cena più o meno abbondante e calibrata sulle possibilità economiche, ma sempre a base di pesce, capitone, anguille, baccalà fritto, alici, ecc., e di broccoli e verdure fritte in pastella, e mandarini finali. È detta di magro, perché non prevede alcun tipo di carne, al contrario del pranzo del giorno di Natale, in quanto nella vigilia si attendeva la nascita del Bambinello, il piccolo Gesù. Il pesce che sarebbe stato consumato nella notte, non veniva semplicemente acquistato, ma veniva messo all’asta in una sorta di grande appuntamento festaiolo che radunava popolani e ricchi della Roma opulenta in un unico sito.
Parliamo del Cottio, dal latino coctigium, ossia la vendita all’asta del pesce pescato sulle coste vicino Roma. Era un vero e proprio rito, nato nel XII secolo e protrattosi fino ai nostri giorni, fino a quando cioè i Mercati Generali furono spostati da via Ostiense all’attuale sede di Guidonia, un Comune nei pressi di Roma. Iniziava dopo la mezzanotte, generalmente intorno alle due di notte, e terminava solo quando il pesce era completamente venduto. Era l’occasione per una grande festa popolare, dove i venditori parlavano ai potenziali acquirenti con un gergo prestabilito, comprensibile solo agli addetti, e che vedeva coinvolta tutta la città, famiglie povere, ristoratori e aristocratici vestiti nei loro eleganti vestiti da sera. Il Belli, il famoso poeta romanesco, ne riporta in versi il sapore: Eh, ll’aliscette e la frittura a nove, Li merluzzi e le trije a diesci e mmezzo, Le linguettole e rrommo a ddù’ carlini, A un papetto la spigola e r’dentale; E su sto tajjo l’antri pesci fini.
Inizialmente aveva luogo al Portico d’Ottavia, nel quartiere cosiddetto del Ghetto, ma all’inizio del XIX secolo coinvolse anche piazza del Pantheon e via del Panico al Corso, costituendo però un forte degrado per il centro storico di Roma e per i suoi monumenti. Il passaggio dei carri, delle luci, della gente innumerevole praticamente per tutta la notte, era fonte di disturbo, sporcizia e cattivo odore. Fu deciso allora, nella seconda metà del XIX secolo, di spostarlo a Piazza San Teodoro, facilmente raggiungibile direttamente da Porta San Paolo e Porta Portese senza attraversare il centro della città, e strutturata in una forma più comoda con botteghe e pulpiti per i venditori, illuminazione notturna e possibilità di rinfrescare continuamente con l‘acqua il pesce esposto. Qui rimase fino al 1927, quando fu trasferito ai citati Mercati Generali su via Ostiense. Durante l’asta, i venditori usavano offrire a titolo assolutamente gratuito, cartocci di pesce fresco fritto.
Purtroppo, questa bella tradizione, che avvicinava realtà altrimenti molto distanti, di povera gente e nobili ricchi uniti in un momento di assoluta semplicità condivisa, è sparita con l’allontanamento da Roma del mercato del pesce. Oggi è rimasta comunque nelle famiglie romane la tradizione del cenone di magro, rigorosamente a base di pesce e verdure, seguito dalla poesiola di Natale recitata dai bambini e dalla tombolata finale. E il pesce si continua a comperarlo la mattina presto, tanto che anche nei grandi ipermercati, alle nove e mezza del mattino del 24 dicembre, il pesce è praticamente già finito.