Lo Zampognaro

Una figura tradizionale, come se ne vedono molte nelle nostre piazze italiane, rivisistata dai ricordi di suor Maria Teodora. Non semplice folclore, ma il segno di una necessità e di una società semplice ricca di riti: ecco che cosa era a Scilla lo zampognaro.

Arrivavano le prime note e poi arrivava lui, quell’uomo un po' cupo, con la pelle bruciata dal sole e con le mani rese ruvide della terra. Mi faceva un po' paura, perciò appena la mamma apriva la porta io mi nascondevo dietro di lei a curiosare. Poi lo si faceva entrare in casa: andava davanti al presepe e con la sua fisarmonica suonava «Tu scendi dalle stelle». Benché la zampogna fosse stata sostituita dalla fisarmonica. Lui era, per tutti, lo zampognaro. La fisarmonica era certo più pratica, più leggera, lo zampognaro, infatti, scendeva dalla montagna e per tutta la novena del Natale faceva il giro del paese, andando di casa in casa, davanti ad ogni presepe. Alla fine della novena ciascuno offriva la meritata ricompensa, pochi spiccioli ma con un grazie sentito, colmo di riconoscenza per aver riempito le strade di quel suono pieno di nostalgia capace di preparare i cuori alla venuta di Gesù Bambino. A casa mia arrivava quasi sempre all'ora di pranzo, quindi la tavola si allargava per far posto allo zampognaro che consumava velocemente il suo boccone prima di riprendere il cammino… e, se il tempo gli era tiranno, un bel bicchiere di vino veloce accompagnato da quel gesto beneaugurale che dice: «alla salute vostra».
Vedevo quell’uomo fino alla vigilia di Natale perché poi risaliva i monti per essere giustamente a casa sua nel giorno della Natività. Ma la mattina del giorno di Natale, le strade si rallegravano di altri suoni: passava la banda con le voci calde degli strumenti a fiato accompagnata dagli schiamazzi gioiosi dei bambini, i quali, saltellanti come agnellini contenti, facevano gli auguri di buon Natale alla brava gente che usciva sulla porta o si affacciava dalla finestra per condividere le note di Jingle belles. Non sfilava tutta la banda, solo il gruppo dei giovani si avventurava lungo le vie del paese. Eh sì… perché percorrere il mio paese, fatto di salite, con uno strumento a fiato, era possibile solo a gambe forti e fiato in corpo! Però era bello faceva davvero festa.
Rivedevo l’uomo della Novena di Natale dopo le feste, soprattutto verso la primavera. Si, lo rivedevo e mi faceva meno paura perché non era più coperto dal suo mantellone nero, scendeva dalla montagna e le temperature che incontrava verso il mare erano certamente più miti, pertanto non aveva bisogno di coprirsi così tanto. Non aveva più con sé il suo strumento, ma una cesta piena di ricottine confezionate nelle fascettine di giunco. Le ricottine profumate e ancora calde non riuscivano ad arrivare integre per il pranzo.
Lui lo zampognaro, dopo le feste natalizie, cambiava nome: era il pecoraio. Nonostante la sua apparenza rude rimaneva una persona cordiale, dai gesti più espressivi di tanto parlare: se a Natale lo vedevo alzare in alto il bicchiere di vino come augurio, quando vendeva la sua ricotta alzava la sua coppola in segno di saluto e ringraziamento.
Grazie, buon uomo mi insegni ancora la fatica del lavoro che non imbruttisce, ma anzi sa conservare la cura per le tradizioni che fanno ancora crescere perché hanno molto da raccontare.