Ricordando la guerra del nonno

Sono passati cento anni dall'inizio della grande guerra del 1915 e la mamma, quasi con timidezza, mi invita a non dimenticare... a fare memoria di quelle che sono state le mie radici: se sono quella che sono, infatti, lo devo sicuramente a chi c'è stato prima di me.
Autore:
Bagotta, suor Maria Maddalena
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Era il 24 maggio del 1915, l'Italia entrava in guerra, tra i soldati c'era anche mio nonno Bartolomeo (papà di mio padre).

Non avevo ancora sei anni e ricordo che un giorno mentre il nonno si occupava di me, mi fece vedere due medaglie, una d'oro rotonda come una moneta (in una delle due facce c'era un bassorilievo, se la memoria non mi tradisce si trattava di un elmo da militare), l'altra in bronzo invece aveva la forma di una un croce, non ricordo altro di quest'ultima; entrambe erano impreziosite da un nastro di stoffa che riprendeva i colori della bandiera italiana (il tricolore, bianco, rosso e verde). Mio nonno era scampato a quella guerra, e per questo ricevette le due medaglie e la qualifica di "Cavaliere", una sorta di onorificenza per aver difeso la patria in quegli anni.
Nonno Bartolomeo non era certamente un eroe, ma un uomo semplice come tanti, a lui non importavano molto quelle medaglie, e nemmeno il titolo che la Repubblica gli aveva conferito, lui era felice solo di essere sopravvissuto a quella guerra, mettendosi a servizio della sua patria.
Non so che cosa abbia lasciato al nonno quel periodo nella sua vita, ero troppo piccola per comprenderlo, poi io non ero curiosa di sapere niente riguardo a quella guerra, sapevo che era una cosa brutta e non desideravo sentirne parlare.
Dal canto suo il nonno mai aveva mostrato di fondare la sua vita sull'esperienza vissuta da militare, non ricordo di avere mai sentito racconti relativi a quel periodo, forse per lui, quello era un capitolo chiuso della sua vita e la cosa più importante dopo la guerra restava solo la sua famiglia.

Solo mio padre (ma raramente), raccontò qualche episodio accaduto in paese durante la guerra successiva, di mio nonno (suo padre) come militare non me ne ha mai parlato, forse perché ancora lo turbava ciò che avevano visto i suoi occhi di bimbo.
Un giorno sul piazzale del cimitero, (e me lo raccontò un mezzogiorno a pranzo), aveva visto degli uomini in fila che venivano fucilati, uno dietro l'altro. Era pericoloso stare lì in quei momenti e il nonno gli aveva raccomandato spesso di non allontanarsi da casa, ma lui in quella occasione al cimitero ci era andato di nascosto solo per curiosità, poi, dopo aver assistito alla scena, spaventatissimo era scappato a casa di corsa...

Il nonno era ateo, almeno così lui diceva, mi riesce difficile pensare che sia stato una persona senza Dio, mi sembrava tanto semplice e generoso.
Era fondamentalmente un buono, e credo lo fosse anche la mia nonna (che non ho avuto la fortuna di conoscere), lei era analfabeta e insieme lavoravano nelle piazze come commercianti, vendevano maglie e coperte; mio padre mi raccontò che, molto spesso ai più poveri e ai bisognosi che si accostavano al loro banco, non chiedevano soldi .

Tutto questo è entrato nella mia vita con la complicità di quelle due medaglie che mi affascinavano all'inverosimile, e anche se all'epoca non capivo cosa fosse accaduto al nonno e perché mai fosse un "cavaliere", un giorno gli dissi: "promettimi che quando muori quelle medaglie saranno mie!". Nonno Bartolomeo mantenne la promessa. Quelle medaglie rimasero nel cassetto del suo comodino fino alla sua morte, e non ricordo in quale occasione, la mamma le consegnò proprio a me in sua memoria. Appena cresciuta feci incorniciare l'attestato di cavaliere insieme alle due medaglie e da allora sono un pezzo insostituibile nel soggiorno di casa.

La mamma mi consegnò quelle medaglie riferendomi che era desiderio del nonno che io le avessi, ma la cosa più bella che mi raccontò è che prima di morire, mio nonno, ateo, le disse: "e tu, raccomandati sempre alla tua Madonnina!".

Ecco alcuni appunti per non dimenticare quegli anni:
La prima guerra mondiale fu il risultato di un lungo periodo di tensioni tra le principali potenze europee. La Germania, in particolare, voleva imporsi come paese guida del continente, contrastata dall'Inghilterra e dalla Francia, desiderosa questa di una rivincita dopo la sconfitta del 1870. L'impero austro-ungarico e quello russo vedevano invece minacciata la loro integrità dalle richieste d’indipendenza dei diversi popoli sottomessi. Il conflitto scoppiò dopo l'assassinio (28 giugno 1914) di Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria. L'Austria ne ritenne responsabile la Serbia, dichiarandole guerra. Il meccanismo delle alleanze fece entrare nel conflitto Gran Bretagna, Francia e Russia da un lato, e dall'altro Germania e Austria. L'Italia si mantenne momentaneamente, neutrale.
L'esercito tedesco cercò di cogliere di sorpresa la Francia con un rapido attacco sul fronte occidentale (agosto 1914). Invaso il Belgio neutrale, i Tedeschi penetrarono nel territorio nemico ma furono sconfitti nella battaglia della Marna. La guerra di movimento divenne così guerra di posizione, combattuta nelle trincee. Altre due grandi battaglie, a Verdun e sul fiume Somme (1916), lasciarono immutate le posizioni dei due eserciti. Intanto sul fronte orientale l'esercito tedesco occupava la Polonia.
Nel maggio del 1915 anche l'Italia entrò in guerra, a fianco di Francia e Inghilterra, dopo lunghi e accesi contrasti interni. Contrari all'intervento si erano dichiarati, con Giolitti, molti cattolici e socialisti. Favorevoli furono i nazionalisti ma anche molti democratici e socialisti riformisti, convinti che la guerra fosse necessaria per completare l'indipendenza nazionale con la conquista di Trento e Trieste.
La guerra proseguiva intanto in modo sempre più sanguinoso, caratterizzata dall'uso di armamenti dal potenziale distruttivo sempre maggiore: carri armati, aeroplani, gas asfissianti, sommergibili. Alle morti e alle distruzioni si aggiungeva, nei paesi belligeranti, una situazione economica ormai drammatica, che costringeva le popolazioni a una vita durissima.
Nel 1917 avvennero due fatti d’importanza decisiva: la firma dell'armistizio con la Germania da parte della Russia (guidata dopo la rivoluzione da un governo bolscevico) e l'entrata in guerra degli Stati Uniti. Intanto sul fronte italiano il nostro esercitò subì una tremenda disfatta a Caporetto ma riuscì, sotto la guida del generale Diaz, a bloccare l'offensiva nemica.
Il 1918 fu l'anno decisivo del conflitto: Germania e Austria erano ormai vicine al crollo economico. Le forze dell'Intesa s’imposero definitivamente sul fronte occidentale mentre le truppe italiane vincevano a Vittorio Veneto ed entravano a Trento e Trieste. La guerra era finalmente terminata, lasciando dietro di sé milioni di vittime ed enormi problemi.

È questo il proclama del Re agli italiani, il 26 maggio 1915.
Verrà pubblicato da tutti i quotidiani nazionali, ma ci sono altre tre parole fondamentali, comparse all’improvviso più o meno ovunque e destinate a mantenere diritto di cittadinanza per molto tempo: “Vistato dalla censura”. Tre parole a precedere la maggior parte degli articoli.
Le disposizioni sono chiare anche ai giornalisti. Corvetto, inviato de “La Stampa” in Veneto, deve omettere varie informazioni: per esempio non si possono riferire i luoghi; spesso con le gerarchie dell’esercito “si discorre di tutto fuorché di cose militari, sulle quali bisogna tenere la bocca chiusa”.
Il fronte italiano è probabilmente il più complesso dell’intero conflitto. Quelle meravigliose, strette vallate, sorvegliate dagli spettacolari picchi alpini e dolomitici, ostacoli spesso insuperabili, sempre infernali. Scarpate, roccia franabile, neve: i soldati impazziranno per sopravviverci. E pure è tutto così bello… e sembra ancora così quieto.
Il fronte italiano sarà deciso dalla geografia, prima ancora che dai militari. C’è il Trentino, una pericolosa lama affondata tra la Lombardia e il Veneto, a minacciarci le spalle; la Carnia friulana; poi pian piano si scende, si passa per gli altipiani, fino all’Isonzo, fino all’Adriatico e a Trieste.
Noi siamo in superiorità numerica rispetto agli austro-tedeschi, nonostante Berlino abbia inviato alcuni reparti dell’Alpenkorps in supporto alle truppe asburgiche. Ma ha ragione Vittorio Emanuele III: il terreno favorisce la difesa e rende quasi inespugnabili le postazioni fortificate; in più gli “altri” vantano un anno di esperienze belliche e sembrano meglio armati. Si, siamo più numerosi, ma è un vantaggio quasi ininfluente.