La Madonna dei "gittarelli"

Tra le conografie della Madonna della Misericordia, detta anche Madonna del Manto, spicca quella presente a Firenze sullo sdendardo per lo Spedale degli Innocenti. Bambini allora abbandonati e amorevolmente raccolti dai membri dello Spedale. Lo Spedale si ispirava alla strage degli Innocenti, una strage che continua ancora, talvolta "senza "spedali" pronti a soccorrerli.
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Nel 1448 apriva a Firenze lo “spedale degli Innocenti” e già vantava alcuni primati fu, infatti, il primo brefotrofio specializzato e il primo edificio rinascimentale al mondo, edificato su progetto iniziale di Filippo Brunelleschi. La piaga dei bambini abbandonati era talmente vasta che, da 260, i gittarelli, nel 1560 divennero 1320, fino a raggiungere la cifra di oltre tremila nel 1681. Le donne che per svariate ragioni, ma soprattutto per miseria, deponevano nella conca predisposta il loro figliolo, lasciavano un biglietto o un segno di riconoscimento, come una medaglia tagliata a metà, nella segreta speranza di ricongiungersi un giorno con la loro creatura. Ciò avveniva di rado, tant’è che l’Italia è piena di cognomi come Innocenti, Nocentini, Degl’Innocenti, chiara denuncia di quell’antico parente gittato nello Spedale e lì rimasto. La condizione pare triste ai nostri occhi ma, a ben pensarci, non più triste di quella di molti gittarelli odierni soppressi o prima di nascere, o nell’aborto detto post parto, o partoriti e poi gettati nei cassonetti dentro a sacchetti da supermercato.
Impressiona guardare lo stendardo dello Spedale: una grande Madonna della Misericordia che a braccia aperte ci guarda dritto in viso. L’opera, realizzata da Domenico di Michelino, fu restaurata agli inizi del Cinquecento dalla bottega del Granacci. Non sono monaci o monache a guardarci di sotto il manto, come vorrebbe la classica iconografia della Madonna del manto di stampo agostiniano, e nemmeno i cittadini nei diversi ceti, come nel Polittico delle Misericordia di Piero della Francesca, ma sono piuttosto i trovatelli dello Spedale, nelle diverse fasce di età. Passandoli in rassegna vediamo sollevarsi un mondo di dolore e di grande carità. Ci sono otto bambini per ogni lato, segno di quell’umanità dell’ottavo giorno che Gesù ha identificato nelle beatitudini. Sì, sono loro i beati e lo si vede dai visi paffuti e dalla serenità, sia pure mista a tristezza, che promana dai volti. Sul lato destro un bimbo, in mezzo agli altri, sembra essere il perno di tutti. Ci sta guardando, mentre un compagno gli si aggrappa alla spalla ed egli stesso tiene teneramente uno dei più piccoli. Quest’ultimo pare uno tra quelli appena arrivati a giudicare dall’età e dalle bende sfasciate. Uno dei tre bambini in piedi, vestiti di bianco, sembra affetto da mongoloidismo: contrariamente a chi pensa a tali malattie genetiche come manifestazioni moderne, quest’opera come altre, attesta la presenza dell’handicap e la triste abitudine, in taluni casi, di abbandonare questi bambini. Per allattare quell’esercito di infanti gli spedalieri si servivano di una vacca romagnola che dava quattro fiaschi di latte al giorno. I bambini più fortunati erano adottati, oppure solo affidati a famiglie fino all’età di sette anni. Tornavano poi all’Istituto: i maschi erano avviati agli studi, mentre le femmine occupavano mansioni in ospedale o apprendevano l’Arte della Seta. Li vediamo nello stendardo con il grembiule nero e, al petto, il marchio dell’Istituto: un bambino in fasce. Fonte d’ispirazione dell’opera era infatti l’episodio evangelico della strage degli Innocenti,
presente sull’Altar maggiore in una Pala da titolo Adorazione dei Magi del Ghirlandaio. Qui i Magi, insieme con i doni presentano al Divino Infante dei Bambini che indossano le medesime tuniche bianche dei gittarelli dello Stendardo. La Madonna dello Stendardo, rossa di carità, ci sprona ancora a riflettere come la strage di questi innocenti continui e, spesso, senza la grazia di uno Spedale degli Innocenti pronto a fermarla.