Siamo a A Sua Immagine!

Il prossimo 24 novembre 2012, sabato, alle ore 16:25, la trasmissione "A Sua Immagine" di Rai1 presentata da Rosario Carello ci dedicherà una puntata. Oltre a due Video su diversi momenti della comunità, suor Maria Gloria racconterà la sua esperienza attraverso alcune immagini, qui di seguito riproposta in versione integrale
Autore:
Monache dell'Adorazione Eucaristica
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Adolescenza
La prima tappa di questo viaggio è segnata da un’immagine drammatica. L’impatto è impressionante, s’intitola: Testa nel crepuscolo (Fig. 2). L’autore, tedesco, Rainer Fetting, quale pittore espressionista voleva esprimere nelle sue tele i sentimenti più forti dell’anima umana, ma arrivò – come quasi tutti gli espressionisti - ad esprimere soprattutto l’angoscia.
Così fu anche la mia adolescenza, profondamente segnata dalla ricerca della verità. Ho vissuto l’adolescenza negli anni dopo il ’68, anni inquieti segnati però da una grande idealità. La parola d’ordine a quei tempi era, “libertà” oppure la parola: “emozione” o, ancora, “esperire”. Appresi così che l’importante era fare esperienza da se stessi, senza avere a cuore l’esperienza del passato: ciascuno doveva fare esperienza personale prima di decidere sulla realtà.
Perciò amo associare quel periodo a questo dipinto: guardate questo volto. Non è il volto di chi si è buttato a capofitto dentro alle esperienze senza discernimento, e senza critica, passando da un’emozione all’altra? Un’emozione così, continua, fa perdere lo sguardo. Questo volto arrossato, concitato, sovraccaricato di emozione non vede più. Questo volto ha occhi perduti, incapaci di edere.
Questa fu la mia adolescenza, ma questa è ancora oggi l’adolescenza di tanti giovani, sottoposti a una stimolazione continua senza discernimento e senza critica che fa perdere lo sguardo. Quando fra i miei amici cominciò a circolare la droga vidi la realtà delle cose: i volti di molti di loro devastati dalle droghe pesanti somigliavano sempre di più questa Testa nel crepuscolo, di Fetting. Titolo significativo perché il crepuscolo segna l’ora incerta fra la luce e le tenebre. È il crepuscolo delle certezze, l’ora in cui lo sguardo non vede più. Io non assunsi mai la droga, sorretta dall’educazione familiare e dal desiderio della verità rimasi come all’esterno di quella esperienza. E fu proprio esto rimanere all’esterno che aprì lo spazio alla riflessione: io cercavo la bellezza mentre lo spettacolo che talora i miei amici mi offrivano era quello della bruttura. Esattamente come questa immagine di Fetting. Tuttavia anche in uno sguardo così, anche in uno sguardo che ha perduto la capacità di guardare nulla è perduto, perché nell’uomo mai nulla è perduto. Guardando attentamente gli occhi di questo volto vediamo infatti, che non sono uguali: l’occhio di destra è spento, è un occhio glaciale, freddo, azzurro, la pupilla è irregolare, è un occhio che non vede più; l’altro occhio invece è vigile, guarda, è ancora verde di speranza.
Anche per i nostri giovani a cui la sovraeccitazione ruba lo sguardo, che invocano una libertà senza giudizio, anche per loro c’è sempre la possibilità di ricominciare, di sperare, c’è la possibilità di guardare in modo nuovo la realtà.

Giovinezza
Ma a dove conduce un mondo così, un modo che ti consegna all’emozione, che ti lascia in balia di una libertà sganciata totalmente dall’etica? Voglio raccontarvelo con René Magritte.
L’arte mi ha entusiasmata fin da piccola, così ho frequentato il liceo artistico con passione. Quando però, tramontati i grandi ideali che sembravano esser sorti dopo il 68, tramontate le velleità di cambiare il mondo con la politica, iniziai le mie prime esperienze lavorative mi scontrai con qualcosa che non avevo immaginato.
Trovai lavoro come disegnatrice di “fumetti” presso un bravo disegnatore italiano, Giancarlo Tenenti, e iniziai anche a fare teatro in una compagnia nata sotto la guida di Mario Tedeschi, direttore del Teatro dell’Arte di Milano. E qui, proprio dentro al grande mondo della comunicazione mi accorsi che l’uomo andava perdendo la creatività. Mi scontrai con la perdita della vera ispirazione artistica.
Ecco: un mondo che ti consegna all’emozione reca come frutto l’apatia, la mancata creatività, oserei dire – guardando Magritte – la clonazione
Magritte è spesso citato come l’ateo disinibito, l’uomo dalle donne nude e velate, dalle camicie appese con fuori i seni. Eppure forse pochi sanno che all’età di dodici anni, Renè uscì di casa perché qualcuno che lo chiamava, corse al fiume e vide di colpo ciò che un dodicenne raramente vede insieme: una donna nuda e una donna morta. E scoprì una frazione di secondo dopo che quella donna nuda e morta era sua madre. In quel momento Magritte divenne ateo. In realtà dunque, tutte le opere di Magritte, e quella sua ostinazione a sconcertare assegnando alle sue opere dei titoli che sconfessano le opere stesse, hanno come radice una grande domanda sulla vita e sulla morte.
Qui Magritte intitola il dipinto Golconda (Fig. 3), mitica città indiana, una città dai tramonti infuocati, dalle donne bellissime, la città della musica e delle danze, insomma: la città dei sogni, quella cui ciascuno anela. Magritte intitola questo quadro Golconda e dipinge invece lo spaccato di una qualunque città del Belgio, in un anonimo lunedì mattina, quando uomini in bombetta e soprabito, intruppati, tutti uguali, vanno al lavoro.
Ma ciò che affascina è il punto di vista di Magritte. Il dipinto sembra essere dipinto da un uomo che esce di casa per guardare il cielo. È così evidente che quest’uomo vuol vedere il cielo che i palazzi si vedono soltanto dal secondo o terzo piano in su. Quest’uomo vuol guardare il cielo, ma non può. Non può perché è come se la retina rimanesse così fortemente impressionata da ciò che accade lungo i marciapiedi: e cioè uomini in soprabito e bombetta che corrono al lavoro tutti uguali, tutti clonati.
Magritte è l’uomo che vuole vedere il cielo ma il cielo resta chiuso per lui. Nel cielo di Magritte, infatti non si vedono solo piccoli uomini in lontananza, ma si vedono anche ombre. Nel cielo si stagliano le ombre degli uomini, ma il cielo non dà ombra. Un cielo che dà ombra è un cielo chiuso per l’uomo.
Questo è il dramma che ho incontrato. Uomini nati per il Cielo, nati per esprimere cose grandi, imprigionati nella loro Golconde, senza cielo.
Tuttavia, Magritte non ci lascia senza speranza. Guardando attentamente gli uomini di Magritte vediamo che non sono uomini clonati, ciascuno di essi ha un volto diverso, una sua fisionomia, ciascuno guarda in una direzione diversa. Ogni uomo cerca la sua propria immagine e la cerca istintivamente verso il cielo. Nessuno può trovare se stesso se il cielo non gli manifesta la vera immagine; il cielo è come uno specchio.
E così anche per me: dentro al mondo della comunicazione dove, spesso era così difficile comunicare, ho capito che bisognava cercare la verità di se stessi dentro la vera libertà che è il Cielo.
Ma che cosa nella vita di chi non crede può per un attimo far assaporar il Cielo. Che cosa ci può salvare da una vita consegnata all’emozione o all’apatia, se non l’amore?

L’amore e la Luce
Un autore del ’500 lo sapeva già. Un autore che in qualche modo ha anticipato le domande dell’uomo contemporaneo, dell’uomo laico, dell’uomo che non vuole sentire parlare di Dio, di Chiesa, di mete infinite… Quest’uomo laico ci ha detto che la possibilità di sperare, la certezza di credere che posso non morire, c’è in una cosa sola: ed è nell’amore.
Quando siamo innamorati, la vita non cambia totalmente. E benché non cambi nulla della nostra giornata, tutto si trasfigura.

L’amore è la grande forza che trasfigura la nostra vita e ha il potere di riconsegnarla all’eternità. Così anche io ho trovato l’amore. Ho incontrato un ragazzo iniziando con lui un’esperienza seria di fidanzamento. Ma pur dentro alla bellezza di questo rapporto non mancavano dubbi e paure: “Chi mi garantisce che questo incontro non finirà? Chi mi garantisce che questa è la persona che Dio ha pensato per me fin dall’eternità?”
Diceva Paolo VI: “Verrà un giorno in cui non avremo più bisogno di maestri ma di testimoni”. Nessuno infatti ci fa vedere la speranza in atto, non c’è nessuno che ci offre la certezza dell’eternità, e Bosch lo sapeva già.
Jeronimus Bosch dipinge una serie di tavole dal titolo Visione dell’eternità (Fig. 4). Qui, i beati, a coppie, guardano tutti verso un’unica direzione, quella dell’amore che sgorga eternamente come una sorgente. Tutti guardano verso l’amore eterno di Dio.
Ma per arrivare là, per arrivare a quella sorgente, i beati devono attraversare una valle oscura entro la quale si scorge un leone che si avventa su un cervo. Bosch avvisa così tutti che per arrivare a quella sorgente, a quell’amore che non finisce mai, occorre fare i conti con la propria umanità. Il peccato, dice la Sacra Scrittura, sta alla tua porta, è accovacciato alla tua porta, ma tu dominalo! Il diavolo come un leone ruggente va in giro cercando chi divorare, ma voi resistetegli saldi nella fede.
Ecco: la fede. Qualcosa che allora non avevo. Cominciai così con il mio ragazzo a frequentare un sacerdote che ci affascinò moltissimo per la sua vocazione forte. Un uomo che dopo aver incontrato Cristo vivo e presente oggi lasciò tutto, fidanzata fabbrica ed entrò in seminario.
Con lui iniziammo a rinunciare ad alcune nostre attività per dedicarci agli altri. Eravamo entrambe sportivi: equitazione, tennis, avevamo molti amici. La mia passione per il teatro e il mio lavoro di disegnatrice mi assorbivano molto. Eppure cominciai a trascurare qualcosa per mettermi a servizio dei meno fortunati. Nel dipinto di Bosch solo due si guardano negli occhi, e sono gli ultimi arrivati. Sono due che non hanno ancora capito che per avanzare nell’amore di coppia non ci si può guardare solo negli occhi è necessario guardare insieme verso qualcosa, verso una direzione. Come tutti gli altri che, appunto guardano verso la fonte.
Capii anche io profondamente questo un giorno a Lourdes. Davanti alla grotta alle cinque del mattino vidi un gruppo di scout pregare in ginocchio, davanti alla Statua della Vergine. Capii che quei ragazzi pregavano con una grande certezza nel cuore: qualcuno li ascoltava. Qualcuno li amava e a questo amore essi si affidavano. Una volta a casa iniziai ad andare a Messa tutti i giorni. Anche il mio ragazzo fece lo stesso. Desideravo prolungare l’esperienza fatta là in mezzo ai Pirenei e nello stesso tempo capire il segreto di una fede così grande.
Dopo meno di un mese di Messe quotidiane una sera, un sabato sera in macchina con il mio ragazzo una macchina ci travolse ad un semaforo. Io ricordo solo due enormi fari bianchi, poi lo schianto, e il silenzio, e il buio. Sono piombata in questo buio ed ebbi la certezza di essere di fronte all’ultimo giorno della mia vita. Avevo ventuno anni e stavo per morire. E così mi abbandonai a questo destino: se dovevo morire, se quella era l’ora andava bene. Immediatamente mi avvolse una grande pace, una grande serenità, e in fondo al buio una piccola luce mi venne incontro, bianchissima e palpitante. Dio era là, avevo la certezza che Dio era là. Dio era là e Dio mi amava: là c’era la bellezza, la bontà, tutto ciò che potevo desiderare. Avrei voluto correre là, andare verso la luce, avrei desiderato esser come quella luce che palpitava davanti a me, e non potevo perché ero tenebra. La mia vita mi è passò davanti come in un film e vidi che non c’era quell’amore gratuito che pulsava in quella luce. Noi amiamo spesso per ricavare qualcosa, per una reciprocità «do ut des», quella luce invece era pura gratuità, era amore che si dona. E così due sentimenti contrastanti si agitarono in me: da un lato il dolore fortissimo di non poter raggiungere quella luce, di non essere pronta all’incontro, dall’altro, però, la gioia incontenibile di scoprirmi amata, pensata, voluta!
Non si nasce per caso, o per una strana sorte, si nasce per una missione donata a questo tempo e a questa storia. Siamo conosciuti da Dio per nome. Abbiamo un volto e un destino davanti a Lui, la vita ci serve per compierlo. Quando mi ripresi, all’ospedale, capii che non sarei stata più come prima. Il mio ragazzo non si era fatto quasi nulla e rimase quello di prima. Io ero in uno stato pietoso: avevo sette fratture, trauma cranico ed emorragia interna, eppure ero guarita dentro. Dio aveva gridato e aveva vinto la mia sordità. Avevo incontrato la croce del Salvatore.
Quando, dopo l’incidente mi capitò di ritrovare tra le pagine di un libro d’arte questo dipinto di Bosch, mi misi a piangere. Non si può dipingere una cosa simile senza averla in qualche modo sperimentata. Bosch, in un tempo in cui non esisteva la medicina così come la conosciamo noi oggi, quando non esisteva l’accanimento terapeutico e le possibilità di prolungare la vita in condizioni disperate, dipinge qualcosa che molti di quanti fanno un’esperienza di premorte vedono.
In una sorta di tunnel oscuro una luce bianchissima attrae, chiama. Bosch descrive anche quella lotta tra gioia e dolore che si scatena nell’anima. Ci sono nella parte più bassa della tavola angeli con le ali nere che trattengono le anime le quali hanno le braccia in croce come di chi è impossibilitato ad agire. Queste anime però continuano a desiderare la luce perciò lentamente salgono più in alto. Tu sollevi chi riempi, scrisse Sant’Agostino, il desiderio è preghiera. Così Bosch descrive poi un angelo dalle ali rosse, il colore della purificazione, che accompagna un’anima le cui braccia non sono più in croce bensì giunte, in preghiera. Infine vi sono angeli con le ali bianche che accompagnano le anime verso questa luce straordinaria. Le anime hanno le braccia aperte come di chi è pronto all’abbraccio. Esse sono prossime a una Luce che è la luce dell’eternità di Dio. L’amore esiste, io l’ho incontrato: “Beato l’uomo che ha trovato in Te la sua forza, e decide nel suo cuore il santo viaggio”. La forza è lì, dentro l’Incontro. Non c’è fede se non c’è l’incontro. Se non c’è l’incontro si è solo religiosi ma non credenti.
Cominciai così a credere perché feci un incontro che non mi abbandonò più.
Tornai a Lourdes questa volta per chiedere luce perché non avevo più la certezza che il matrimonio fosse la mia vocazione. Ci andai però ancora con il mio ragazzo. Un mezzogiorno avevamo appuntamento alla grotta ed egli non si presentò. Cominciai a vagare e mi trovai a varcare la soglia della cripta, collocata tra le due basiliche di Lourdes, dove un tempo si teneva l’adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento. Allora non sapevo bene cosa fosse l’adorazione eucaristica. Percorsi un lungo corridoio e approdai a una cappella circolare: sull’altare c’era un ostensorio a forma di ramo di spine con il Santissimo Sacramento esposto. Avevo nel cuore la parola dell’omelia di quel giorno: cercare Gesù, quando lo vidi là, presente nell’Eucaristia, capii che l’avevo trovato. Vidi però che l’ostia era illuminata da dietro e appariva bianchissima. Improvvisamente mi ricordai della luce vista sulla strada, in quella famosa notte.
Eccola là! Non è necessario fare un incidente stradale per vedere quella luce. Nel cuore della Chiesa, sull’altare, ogni giorno, c’è una luce incandescente che è l’Eucaristia. Capii che da lì non mi dovevo più allontanare e poiché nel cuore della mia città, Monza, c’è un Monastero dove tutto ruota attorno a questo sole. Un Monastero che apre le sue porte alla città indaffarata per offrire un’oasi di pace e di ristoro capii che il Signore mi indicava quella strada e vi entrai, il 2 di febbraio del 1984.

La Consacrazione
Da allora sono passati più di vent’anni. Come condensare tanti anni di vita monastica? Desidero rispondere con questa bellissima tela di Sieger Köder (Fig. 5).
Köder è un sacerdote, vivente, tedesco, molto chagalliano nello stile. La sacra Scrittura è la sua fonte massima di ispirazione, ma è affascinato soprattutto dal volto di Gesù.
Questa sua opera descrive la lavanda dei piedi. L’evangelista Giovanni, nell’ultima cena, tace le parole dell’istituzione dell’eucaristia – “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue” ma narra la lavanda dei piedi, un gesto che scandalizza Pietro.
Köder dipinge infatti, Pietro scandalizzato mentre Gesù gli lava i piedi. Il corpo di Gesù e il corpo di Pietro sono un tutt’uno. Impossibile vedere l’uno senza l’altro. Io che tanto avevo criticato la Chiesa pensando fosse altro rispetto a Gesù, imparai che Gesù e la Chiesa sono una cosa sola. Non c’è Cristo senza la Chiesa né può esserci Chiesa senza Cristo. Ma la cosa straordinaria è che mentre Gesù lava i piedi a Pietro, indossa il talleth, cioè lo scialle della preghiera ebraica. Vale a dire che Gesù fa di questo gesto un atto di culto. Anzi l’atto di culto più grande per un ebreo, perché l’ebreo si mette il talleth tutte le volte che parla con il suo Signore. Il talleth rimanda simbolicamente alle ali della Shekinà, della Presenza.
Questo scandalizza Pietro. Non solo perché lavare i piedi è il gesto dello schiavo – e dello schiavo pagano – ma perché Gesù ha fatto questo mentre mangiavano, cioè dopo essersi lavato le mani fino al gomito, dopo aver fatto i riti di purificazione necessari per toccare il pane, per spezzarlo, per distribuirlo. Gesù si mette a lavare i piedi e afferma implicitamente che quello è un atto di culto. Poi riprende il posto a tavola senza lavarsi le mani.
Così ho imparato in venticinque anni di monastero che la Chiesa è questo grande ministero di un Dio che ha voluto sporcarsi le mani con noi. Nel dipinto di Köder il volto di Gesù non si vede, il volto di Gesù è nascosto dentro il grembo di Pietro. E Pietro con una mano sembra dire “No, non mi laverai i piedi”, ma con l’altra, aggrappato al suo Signore, esclama “Da chi andremo, Signore? Tu solo hai parole di vita eterna”, cioè Tu solo hai parole di speranza.
E allora Köder ci apre un sipario meraviglioso: il volto di Gesù risplende nell’acqua del catino sporca dei piedi di Pietro. Questo ho imparato in Monastero: la Chiesa – anzi- gli uomini di Chiesa vanno girando per il mondo con un catino colmo di acqua sporca dei loro peccati dicendo “Siamo stati salvati, siamo stati perdonati! Guardate: in questo nostro limite, dentro il nostro peccato, risplende la santità di Dio”. La Chiesa è santa ma gli uomini di Chiesa possono essere peccatori. La Chiesa vive nel mondo come dice Agostino – tra le persecuzioni del mondo e la consolazione di Dio – ma la consolazione più grande di Dio è la sua presenza”.
Io amo questa Chiesa che gira con il catino dell’acqua sporca, perché lì è lo splendore del vero che si rivela. Lo splendore del vero si rivela nel Bellissimo che ha lavato i nostri piedi, e ha fatto di questo il suo più grande atto d’amore, lasciandocelo nell’Eucaristia. Qui la luce del Bellissimo risplende per dirci di trovare in Lui la forza e di cominciare il santo viaggio.